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Intervista con
Alberto
Tripi
di Luigi
Dell'Aglio
Il presidente della Federcomin si dice certo che il pragmatismo vincerà i timori che molte piccole e medie aziende ancora nutrono per il computer.
La tecnologia della comunicazione e dell'informazione si diffonde rapidamente in tutti i settori della società ma rallenta il passo davanti ai cancelli della piccola industria manifatturiera, che pure è il vero tessuto connettivo e la struttura portante dell'economia italiana. Il fenomeno viene rilevato, e fatto oggetto di attenta analisi, nel primo Rapporto sui distretti produttivi digitali, frutto di una ricerca condotta dalla Federcomin, la Federazione nazionale delle imprese di telecomunicazioni, radiotelevisione e informatica, aderente alla Confindustria. E' un dato storico che l'innovazione tecnologica susciti sempre una disputa. Quando, nella seconda metà del '700, gli imprenditori tessili inglesi adottano la macchina a vapore di James Watt, e i telai cominciano a girare grazie alla nuova forza motrice, si accendono speranze ed entusiasmi ma subito si scatenano anche fortissime apprensioni e, in molti casi, una violenta opposizione alla novità. Anche la rivoluzione digitale, come quella industriale, provoca sentimenti diversi: adesione euforica e generalizzata, che caratterizza un po' tutti i campi, ma anche timori e perplessità, che covano sotto la cenere in alcuni settori di attività. La media e piccola industria è uno di questi. Una parte consistente degli imprenditori è riluttante a mettere in comune informazioni che riguardano la propria azienda e ha paura di perdere l'autonomia imprenditoriale. Per raccogliere gli elementi indispensabili a una riflessione sull'argomento, Telèma ha rivolto alcune domande all'ingegner Alberto Tripi, che della Federcomin è presidente. Tripi è imprenditore, presiede anche il gruppo Almaviva e la Cos, società leader nel settore dei call center e in vari rami dell'informatica, con oltre tremila dipendenti. L'opinione del presidente della Federcomin è che i piccoli e medi imprenditori supereranno presto indugi e incertezze, maturando un atteggiamento nuovo e convertendosi alla net economy, non appena ne avranno apprezzato, direttamente o indirettamente, i vantaggi.
La sfida dell'innovazione fa nascere il dilemma: abbracciare subito la novità o restare prudentemente ancorati alla tradizione? Il 50% dei distretti industriali italiani si dichiara pronto a sposare la net economy. L'altro 50% non si fida, e sta a guardare.
Il misoneismo, o almeno l'iniziale rifiuto del nuovo, è sempre esistito, ed è un fenomeno psicologicamente comprensibile. Anche di fronte alla net economy, si nota ora un dualismo fra innovatori e conservatori. C'è chi pensa che la net economy debba essere la molla - e addirittura il motivo centrale - di un nuovo, grande processo di sviluppo; e chi invece, altrettanto legittimamente, nutre dubbi al riguardo. Questa contrapposizione è un fenomeno culturale assolutamente fisiologico. Come la rivoluzione industriale, anche la rivoluzione digitale cambia infatti il modello di vita, oltre che il modo di produrre. Ma anche in questo caso sarà abbastanza facile verificare che l'innovazione tecnologica giova al sistema produttivo. La valutazione compete all'imprenditore, che la farà da solo, senza chiedere suggerimenti a nessuno. Gli basterà osservare il conto economico della sua azienda e i risultati ottenuti dai suoi concorrenti. Se questi - dopo aver aggiornato la loro impresa secondo le regole della net economy - ottengono risultati migliori, l'imprenditore non esiterà a saltare sul treno dell'innovazione tecnologica. Nel prossimo rapporto, quello dell'anno venturo, scopriremo molto probabilmente che i distretti trainanti sono aumentati. Comunque colgo un segnale senz'altro positivo già in questo primo rapporto. Non era affatto scontato che la metà dei distretti industriali italiani fosse favorevole alla net economy.
Tocca dunque all'imprenditore rendersi conto che il mercato globale, nella sua complessità, si affronta meglio con la rete, e che i rischi possono diventare opportunità?
L'imprenditore ha il suo background culturale, le sue idee, le sue simpatie o fobie; ma, nel suo lavoro, è soprattutto un soggetto concreto e pragmatico, con i piedi per terra. L'imprenditore sa che soltanto il conto economico della sua azienda può indicargli la strada in modo infallibile: se il conto produce utili (senza violare né le leggi dello Stato e della società, né i principii morali), la strada imboccata è quella buona. E' nei tangibili risultati dell'azienda che lui trova la stella polare che lo guida nelle decisioni da prendere, negli atteggiamenti da scegliere. Dal nostro studio emerge che la metà dei distretti industriali se ne sta "acquattata", e aspetta. Questi imprenditori abbracceranno l'Information and communication technology non appena si saranno accorti che l'innovazione giova concretamente alla competitività.
Il dualismo segnalato dal rapporto è un fenomeno soltanto italiano?
Si trovano certamente in una posizione più avanzata le società che hanno imboccato nei primi anni Novanta la via della rivoluzione digitale. Le imprese americane hanno già fatto i loro conti, constatando che la net economy offre grandi vantaggi - processi produttivi più efficienti, prodotti più vendibili, una rete commerciale più valida e stimolante - ed è perciò un fattore propulsivo per l'espansione economica. In Europa, dove la trasformazione digitale dei processi produttivi è arrivata più tardi, l'entusiasmo è meno diffuso; in Italia lo è forse ancora meno.
Quali prospettive di sviluppo apre la net economy ai distretti industriali italiani?
I distretti rappresentano il modello produttivo che ha fatto dell'Italia la quinta potenza industriale del mondo. Se organizzati modernamente, cioè con l'impiego di informatica e telecomunicazioni, i distretti possono offrire tutti i vantaggi che sono tipici sia della grande sia della piccola impresa, messi insieme. Nella prospettiva creata dalla tecnologia dell'informazione e della comunicazione, l'antica e mai chiarita contrapposizione fra piccola e grande azienda non ha più motivo di essere. Vediamo perché. La grande azienda multinazionale tende ormai a organizzarsi in business unit, ognuna delle quali è responsabile di un prodotto ed è abbastanza libera di fare le proprie politiche di prezzo e di marketing. A tutte le sue business unit la grande azienda fornisce gli strumenti indispensabili per stare sul mercato: indagini, verifiche e inoltre un sistema che permette di gestire in comune acquisti, amministrazione e comunicazione. Ma questo stesso know how, queste stesse chance organizzative - e le notevoli economie di scala che ne derivano - sono garantite dal distretto industriale. Inoltre, qui ogni imprenditore rimane padrone dell'azienda, con tutte le sue idee sul prodotto, sul marketing, con tutta la sua fantasia (anzi, è molto più libero del manager delle business unit). Nel distretto, il piccolo imprenditore opera a fianco di altri imprenditori che vendono non il suo stesso prodotto ma prodotti della stessa tipologia. Per esempio, in un distretto industriale specializzato nella produzione di sedie ogni impresa produrrà la "sua" sedia, una sedia "speciale" perché realizzata con stile e materiale particolari. Con questi colleghi-concorrenti il mini-imprenditore può mettere in comune la conoscenza del mercato, nazionale ed estero, la capacità di vendere con sistemi moderni, di fare acquisti più oculati; ed ecco che si creeranno gli stessi vantaggi assicurati dalla grande azienda alle proprie business unit.
Nella metà dei distretti interpellati non si accetta ancora l'idea che un imprenditore possa condividere, con gli altri imprenditori del distretto, informazioni strategiche che riguardano la sua impresa. Si teme di svelare il segreto della propria competitività, di perdere l'autonomia imprenditoriale.
Nei distretti culturalmente più avanzati mettere insieme le conoscenze che ogni azienda possiede, e farne un patrimonio comune, è già la regola. Questo sistema non è incompatibile con l'autonomia imprenditoriale e con la concorrenza fra i vari prodotti. In altri termini, ogni imprenditore continuerà ad andare per la sua strada come ha fatto finora. Ma disporrà di un prezioso know how. Si realizzerà un portale del distretto, una vetrina per presentarne i prodotti, in modo che il cliente, da qualunque continente si colleghi, possa scegliere il particolare prodotto che gli interessa e rivolgersi all'azienda che lo fabbrica. Nel portale, infatti, ogni azienda avrà il proprio spazio e vi creerà il proprio sito.
I distretti garantivano già questi servizi, sia pure con i limiti di un sistema che non disponeva della rete delle reti. Ora non è facile abbandonare quel sistema che, per 30-40 anni, ha assicurato il successo. Con quali argomentazioni si può spiegare a imprese della old economy che la net economy potenzia le sinergie tradizionali?
L'imprenditore capisce da solo come evolvono le situazioni, ci arriva prima di coloro che cercano di interpretare i fenomeni. Il comportamento dell'imprenditore è diverso da quello del manager. L'imprenditore dotato di "fiuto" si regola in base alla propria capacità di compiere una sintesi immediata; la sua intuizione è basata su elementi che, all'apparenza, sono ancora poco indicativi o addirittura superficiali. L'imprenditore decide in base a piccoli indizi. Per capire se è conveniente passare all'e-commerce, un manager deve insediare un gruppo di studio, una task force. Il piccolo imprenditore, invece, scopre da solo se l'e-commerce può essergli utile o no.
In questa trasformazione, tecnologica ma anche psicologica, il piccolo imprenditore non può chiedere alcun aiuto all'esterno?
Certamente la piccola azienda avrà bisogno di supporti tecnici (del resto li ha sempre avuti): società o agenzie specializzate che siano in grado di fornirgli know how e consulenze e assistenza nel campo dell'information technology, soprattutto per quanto riguarda la formazione delle risorse umane.
I distretti forniscono anche conoscenza sulle tendenze di fondo? Oppure ci pensano le associazioni imprenditoriali di categoria?
Bisogna seguire molte strade e la conoscenza è una delle principali. La Federcomin ritiene che conoscere sia una condizione preliminare; poi, in base a quanto è emerso dalle ricerche, prepariamo proposte sia per le istituzioni (parlamento e governo) sia per i nostri associati. Come Confindustria-Federcomin abbiamo lanciato un'iniziativa, fra le tante: il bollino blu dell'e-commerce. Le aziende che vi aderiscono sottoscrivono un decalogo e assumono impegni davanti agli utenti, per i prodotti acquistati attraverso l'e-commerce. Per esempio: i prodotti possono essere cambiati, il prezzo resta invariato, e via dicendo.
Ricerche come il vostro rapporto contribuiscono a formare un background culturale che in Italia scarseggia. Sarà molto utile alle aziende che vogliono capire il nuovo contesto in cui operano.
Con studi che hanno rigorose basi scientifiche, abbiamo voluto fornire una serie di dati certi e un panorama sicuramente affidabile. In particolare, la ricerca sui distretti rappresenta un supporto straordinario al sistema imprenditoriale: disegna la mappa dell'industria italiana in relazione alla net economy ed esplora i vari atteggiamenti di fronte alla rivoluzione digitale. Vogliamo mettere i piccoli imprenditori in grado di esercitare al massimo il proprio intuito, e di attuare uno slogan che mi piace di aver coniato: Vision is the ability to see what is possible before it becomes obvious. L'imprenditore deve intuire i mutamenti prima che diventino un fatto ovvio.