Soltanto la psicologia del profondo può spiegarci perché tanti siano scivolati nell'incubo di essere spiati. Un paradosso della fantascienza sociologica ipotizza che la paura di perdere la privacy potrebbe esser vinta grazie a una macroscopica, organizzata violazione dell'intimità del singolo: allora la vita di ciascuno trascorrerebbe in sedazione, dinanzi agli sguardi indifferenti dell'umanità...
Sin dalle epoche più remote della civiltà umana, il bisogno di comunicare è stato l'imprescindibile desiderio e la grande ambizione dell'uomo. La componente linguistica ha svolto un ruolo fondamentale nell'evoluzione della nostra specie, consentendo non solo l'adempimento della funzione comunicativa e, quindi, la trasmissione del sapere ma, soprattutto, le capacità simboliche e di astrazione. La storia dei mezzi di comunicazione è costituita da tappe e conquiste affascinanti, ma senza dubbio è stato il mezzo telematico a cambiare il volto dei processi comunicativi. Abbiamo oggi a disposizione opportunità sorprendenti, possiamo entrare in contatto e dialogare con gli abitanti di parti del mondo che, forse, non avremo mai occasione di visitare di persona. Possiamo impiegare nuovi linguaggi, più rapidi, più immediati e chiari. E se in passato la comunicazione e la trasmissione del sapere spesso assumevano le sembianze di uno spinoso problema di difficile soluzione, grazie alla telematica viviamo oggi nell'imbarazzo della scelta: le possibilità di comunicare sono pressoché infinite, e lo stesso dicasi dei vantaggi che esse ci offrono.
1.
La necessità di farsi capire dai propri simili è stata da
sempre il più grande ostacolo con il quale l'essere umano si è dovuto
confrontare, ma a questo bisogno si è altresì accompagnata l'esigenza di non
essere spiati, ascoltati, capiti da "altri indesiderati", dai nemici, ad
esempio. Il "linguaggio cifrato", ovvero una particolare modalità per comunicare
senza essere ascoltati dai nemici, costituisce un valido esempio delle tante
strategie che l'uomo ha escogitato per proteggere il contenuto dei propri
messaggi. Il presupposto su cui poggia questa strategia, ovviamente, è dato
dalla possibilità che non soltanto il trasmittente ma anche il ricevente
conoscano il codice e gli elementi di cui è costituito. In caso contrario, non
sarebbe possibile "de-cifrare" e, quindi, ricavare il messaggio. I contesti
applicativi del linguaggio cifrato sono numerosissimi, ma li accomuna il bisogno
di tutelarsi dall'ascolto incombente e minaccioso del nemico.
A proposito dello spinoso problema della protezione dei dati, occorre
sottolineare che con l'uso di Internet i pericoli per i nostri computer sono
aumentati a dismisura. A prescindere dai classici "virus", infatti, la mina è
oggi rappresentata dai worm, vere e proprie "spie informatiche" che, come il più
astuto agente dei servizi segreti, si infiltrano nel nostro computer sotto la
copertura di altri programmi, apparentemente innocui. Sfruttando le
backdoor, ossia le porte lasciate aperte nei vari software o,
addirittura, creandone di nuove, il worm riesce a installarsi nella memoria del
nostro computer consentendo agli estranei, ogni volta che ci si collega in rete,
di accedere ai dati. Ben lieti di potersi servire dei worm, i pirati informatici
possono giungere al contenuto del nostro disco fisso leggendo le chiavi di
accesso ai servizi e alle password.
Ma se il worm rappresenta già una
gravissima minaccia alla riservatezza dei nostri dati, ancor di più dovremmo
temere l'attacco di quello che viene chiamato back orifice, una sorta di
virus capace di aprire una grande porta di accesso al nostro computer, una
soglia che verrà varcata da tutti coloro che vorranno accedere al nostro hard
disk. Fortunatamente, però, esistono degli strumenti di difesa: sentinelle
telematiche che vigilano sul traffico di Internet segnalando e bloccando sul
nascere eventuali attacchi al nostro computer.
Anche il mondo del lavoro, è chiaro, fa affidamento sulle continue evoluzioni
tecnologiche ma, proprio per questa ragione, si trova costretto a fare i conti
con i rischi e gli imprevisti che sempre sono in agguato. Quello di essere
ascoltati da chi non dovrebbe conoscere il contenuto di determinate
comunicazioni è il problema preponderante, a cui cercano di ovviare sia le
piccole che le grandi imprese ove la segretezza dei dati diviene il requisito
essenziale per poter lavorare serenamente. Non ci stiamo, ovviamente, riferendo
soltanto al cosiddetto "spionaggio industriale" ma, soprattutto, alla routine
quotidiana dei lavoratori all'interno di un'azienda, dove la preoccupazione di
essere ascoltati può trasformarsi in un vero e proprio incubo: non si nutre
nell'altro alcuna fiducia, si ha paura di essere traditi, sfruttati, pugnalati
alle spalle.
In alcuni contesti, come quello militare, ad esempio,
l'attuazione di sofisticate strategie e procedure tecnologiche difensive è più
che giustificabile, dal momento che in quello specifico settore il "nemico"
esiste, e lo stesso dicasi della possibilità di essere attaccati e della
necessità di doversi difendere. Il presunto attacco, quindi, è ciò che
giustifica e incentiva la creazione di modalità difensive, la messa a punto di
strategie atte a neutralizzare i rischi insiti nella eventualità che i nostri
intenti vengano compresi da chi mai dovrebbe venirne a conoscenza.
2.
Ampliando però il discorso a un contesto di più vasto respiro,
e trasponendolo così alla quotidianità in cui noi tutti siamo inseriti, dovremmo
domandarci come mai la paura di essere ascoltati - che spesso si trasforma in
un'idea ossessiva e persecutoria - sia oggi così accentuata in gran parte della
gente. Se in determinati contesti, come abbiamo osservato, parlare di attacco,
di difesa e di nemici fa parte della prevedibile consuetudine, da un punto di
vista psicologico non è possibile proporre il medesimo concetto. Perché molte
persone vivono nella paura di essere ascoltate? Perché spesso si evita di
affrontare determinati discorsi quando si è al telefono e si preferisce
rimandarli a un rassicurante momento di confronto faccia a faccia? E' inutile
negarlo: la sola idea di poter essere ascoltati assilla e preoccupa, perché
siamo portati a pensare che le verità o le informazioni di cui siamo custodi
debbano rimanere di nostra esclusiva proprietà, condivisibili, semmai, con
persone "di fiducia", da noi severamente selezionate. Da questa prospettiva, chi
ci ascolta viene considerato pericoloso: il nemico da fronteggiare.
Ma la grande e fondamentale domanda che in un'ottica psicologica occorre
porsi è: il nemico esiste davvero? Non si tratterà piuttosto di nostre fantasie,
paure, proiezioni all'esterno di contenuti che, in realtà, fanno semplicemente
parte del nostro mondo interno?
Quando il nemico è al di fuori di noi, è pur
sempre possibile studiarlo per prevederne così le mosse, per individuare il suo
tallone d'Achille, per neutralizzarlo. Ma quando il pericolo e la minaccia si
annidano in noi, nella nostra anima, nei nostri ricordi, ci si può sentire
disarmati, impreparati a combattere un avversario tanto potente. In questi casi
più che mai, la strategia migliore è data dalla difesa. Le più gravi patologie
psichiche derivano proprio dalla percezione di una minaccia incombente che
l'individuo sente provenire da sé, e le reazioni a questa aberrante
consapevolezza sono del tutto imprevedibili. Da sempre la psicologia del
profondo e la psichiatria si sono dovute confrontare con i "nemici" della gente,
nemici che sono apparentemente irreali ma che all'interno dei pazienti
assumevano le sembianze ora di mostri e ora di spie astute e diaboliche, pronte
a trafugare ogni pensiero, idea o intenzione, pronte a sferrare attacchi
spietati e infallibili, proprio perché sono mirati.
3.
Laddove esiste un nemico - reale, presunto o immaginario -
subentra inevitabilmente anche la paura nei suoi confronti, e la necessità di
non esserne raggiunti, intercettati e, quindi, attaccati. La paura di essere
ascoltati, dunque, scaturisce dal bisogno di non far conoscere al nemico le
nostre intenzioni - che lo metterebbero in condizione di diventare ancora più
pericoloso - nonché dall'idea che esso sia sempre in agguato, pronto a spiarci
per poi poterci colpire quando meno ce lo aspettiamo. Si tratta, a ben vedere,
di alcuni dei sintomi che appartengono a quel vasto e complesso quadro
patologico chiamato "paranoia". La psichiatria ottocentesca fece giustamente
rientrare all'interno di questa cornice tutti quei comportamenti deliranti
centrati su tematiche di gelosia, grandezza e persecuzione.
Ed è proprio a livello di quest'ultima dimensione che si colloca la paura di essere ascoltati. La personalità paranoica, pur essendo sostenuta da intelligenza, capacità di ragionamento e di relazione, è spesso afflitta da deliri di persecuzione. Conseguentemente a ciò, il soggetto apparirà sospettoso, diffidente, suscettibile alle critiche, sempre prevenuto nei confronti del comportamento di chi lo circonda. La personalità paranoide, temendo l'aggressività altrui e aspettandosi costantemente l'attacco dei suoi nemici - peraltro spesso ben identificati e definiti - appare sempre molto sospettosa, non può fare a meno di guardarsi le spalle perché, e di questo ne è certa, là fuori, nel mondo, c'è qualcuno pronto a farle del male. Ognuno di noi possiede un suo personale prototipo di nemico, su cui proietta risentimenti, timori, aggressività. Il termine "nemico" evoca in ciascuno di noi innumerevoli e diversificate immagini, alcune archetipiche, e quindi in comune con la maggior parte del genere umano - morte, malattia, prigionia - altre più individuali, personali, la cui intensità non possiamo condividere con i nostri simili. L'immagine del Nemico è in questi casi soggettiva, legata a una visione personale e singolare della realtà, a tratti della nostra personalità, a esperienze individuali.
4.
Tornando alle caratteristiche più peculiari e, quindi,
"patologiche", del soggetto paranoico, occorre precisare che questi tratti
spesso contrastano con una sorprendente lucidità di coscienza, abilità
dialettica e di ragionamento. Certo, le congetture del paranoico sono a sfondo
delirante, eppure si può rimanere sorpresi, prestando loro un po' di attenzione,
della fluidità e coerenza che le caratterizza. Si tratta, quindi, di un disturbo
a carico del pensiero che, non di rado, contrasta con una personalità nel
complesso abbastanza ben strutturata. Per soggetti appartenenti a questa
tipologia, i quali adeguano in maniera progressiva tutte le loro condotte alle
idee deliranti di cui sono portatori, le conquiste della tecnologia possono
trasformarsi in autentiche sventure.
L'evoluzione tecnologica eleva a
vertiginosi valori esponenziali le nostre risorse, potenzia le nostre capacità,
ci permette di trasformarci nelle creature più abili del regno animale: veloci
più di un ghepardo, agili come gazzelle, capaci di volare più in alto di
un'aquila, di vedere nell'oscurità con maggiore chiarezza di un felino, di
percepire suoni che non sarebbe in grado di udire nessun altro animale. Dovremmo
sentirci soddisfatti, fieri di noi stessi, godere dei tanti benefici che simili
conquiste possono recarci. Eppure non è così, almeno non per tutti.
Come viene considerata dalle personalità paranoidi, dovremmo chiederci, la
presenza di quel "grande orecchio" a cui i satelliti hanno dato luogo? Non vi è
dubbio: viene vissuta come una minaccia, grave, incombente. Il pericolo è
chiaro, ed è in questi casi rappresentato dall'essere ascoltati, attaccati,
senza avere alcuna possibilità di difesa. Ma davvero queste paure appartengono
soltanto alle personalità che abbiamo definito paranoidi? Non fanno piuttosto
parte, sebbene in misura minore, di noi tutti? Nonostante la risposta sia
affermativa perché ognuno di noi si è almeno una volta nella vita confrontato
con la paura di essere spiato, fortunatamente questo timore non sta assumendo le
connotazioni di una vera e propria patologia.
Nel mondo d'oggi, infatti, è
inevitabile essere "ascoltati", osservati, ripresi, registrati, perché i passi
da gigante compiuti dalla tecnologia sono stati tali da esser diventati parte
del nostro quotidiano. Sentiamo sempre più spesso parlare di privacy e
dell'esigenza di tutelarla, tanto la nostra, quanto quella degli altri, ma al
contempo siamo taciti testimoni - nonché responsabili - delle sue continue
violazioni. E' stata in prima istanza la cultura americana a introdurre il
concetto di "diritto" del cittadino alla tutela della propria vita privata
rispetto all'invadenza dello Stato e dei mezzi di comunicazione. Eppure, in
virtù di ideali nobili o di necessità imprescindibili, come problemi di
sorveglianza, sicurezza, necessità di indagine e di giustizia, di "privato" ci è
rimasto ben poco. Sappiamo tutti molto bene che ogni volta che parliamo al
telefono corriamo dei rischi, perché il "nemico" potrebbe essere in ascolto e
venire a conoscenza dei nostri pensieri più intimi.
Si potrebbe, forse, realizzare in un futuro non troppo lontano un paradosso
telematico, laddove la tutela della privacy verrebbe distrutta proprio a opera
dei nuovi mezzi tecnologici, annientata da un fenomeno di macroscopica
violazione dell'intimità del singolo. Ci ritroveremmo così a vivere in una
realtà sconcertante, paradossale almeno quanto quella di Truman Burbank, il
protagonista di The Truman Show (1998) del regista australiano Peter
Weir. Il mondo di Truman si fonda sul livellamento dell'individualità, non
lascia spazio ad alcuna iniziativa: egli si adegua a una vita che trascorre
nella più assoluta inconsapevolezza. Spiato e osservato da innumerevoli
telecamere, lo show di Truman va in onda dinanzi agli sguardi avidi degli
abitanti-spettatori della sua città, anch'essi privi di spirito critico, di
desideri, di autonomia.
Forse ci aspetta, dovremmo domandarci, un futuro
analogo a quello di Truman? Il nostro destino è quello di essere spiati,
ripresi, ascoltati, in qualsiasi luogo e contesto ci troveremo? Vorremmo tanto
poter rispondere con un secco "no", ma sappiamo già che pronunceremmo una
menzogna. Sì, perché pensare di potere ancora oggi tutelare la nostra privacy,
l'intimità non soltanto delle nostre azioni ma, soprattutto, dei nostri
dialoghi, sarebbe di per sé assurdo.
5.
Ecco allora l'esigenza di un linguaggio cifrato che possa
sostituire quello parlato, ecco l'esigenza di strategie attuabili in contesti
assolutamente quotidiani, "normali". I linguaggi in codice sono sempre esistiti,
basti pensare alle frasette maliziose ma criptiche pronunciate dai giovani
innamorati durante le loro conversazioni telefoniche. Anche in quei casi la
"strategia" scaturiva dalla presenza di un nemico - i genitori, ad esempio - e
dalla paura che questo potesse essere in ascolto. I linguaggi criptati, dunque,
fungono da schermo protettivo e vengono impiegati per custodire segreti e non
svelare intenzioni. E se fino a non molto tempo fa poteva esserci di conforto
credere nel detto verba volant, scripta manent, oggi che il "grande
orecchio è in ascolto" siamo consapevoli che quell'antica massima di saggezza
non è più valida, giacché le parole pronunciate nel terzo millennio davvero
pesano come pietre.
Come reagire a tutto ciò? Come affrontare questa situazione che potrebbe da un'analisi superficiale risultare "irrisolvibile"? Io credo che gli individui abbiano la soluzione in mano e che, più o meno consapevolmente, la stiano già mettendo in atto. Anzitutto, ognuno di noi può consolarsi e rassicurarsi pensando che il proprio sia il migliore linguaggio in codice mai messo a punto ma, soprattutto, la gente sta imparando a convivere con il "Grande Orecchio". Del resto, la corsa dell'evoluzione tecnologica è talmente rapida e inarrestabile che sarebbe a dir poco puerile e insensato pensare di potersi sottrarre alle sue innumerevoli implicazioni. Volenti o nolenti, noi tutti ci stiamo abituando all'idea che sempre e ovunque qualcuno ci osserva, ci ascolta. Stiamo così compiendo passi da gigante in direzione di un futuro ove soltanto pochi eletti o sventurati - a seconda dei punti di vista - continueranno a sentirsi minacciati dall'ascolto indesiderato, mentre la moltitudine si abituerà e rimarrà indifferente, pur sapendo che i propri bisbigli e sussurri potranno diventare un grido udito da tutti.