Alberto Abruzzese, Piero Bianucci, Fausto Colombo, Domenico De Masi, Franco Ferrarotti, Jader Jacobelli, Vittorio Mathieu, Franco Morganti, Valentino Parlato, Sergio Ricossa, Paolo Savona, Paolo Serventi Longhi, Roberto Vacca, Valerio Zanone. Sul probabilmente inevitabile conflitto tra esigenze di riservatezza individuale e di controllo collettivo dicono la loro quattordici autorevoli intellettuali.
In quante fotografie di estranei compare casualmente la nostra immagine?
Quanti momenti delle nostre vite sono eternati a nostra insaputa soltanto perché
ci trovavamo a passare dietro a un turista giapponese in posa? Vivendo,
inevitabilmente, lasciamo tracce. Non sempre, tuttavia, c'è qualcuno interessato
a seguirle: così la nostra immagine nella foto di uno sconosciuto, incollata e
chiusa in un album, passa del tutto inosservata. Al contrario, se qualcuno si
impegnasse a scoprire i segreti più o meno confessabili che ci fanno essere
quello che siamo, li scoprirebbe senz'altro; con o senza le nuove tecnologie. E'
vero, tuttavia, che la tecnica dilata e potenzia all'infinito la capacità di
registrazione, di archiviazione, di messa in relazione, di dati, di
informazioni, di eventi. Oggi le tecnologie informatiche consentono controlli
capillari che possono garantire grande sicurezza nelle comunicazioni, nelle
transazioni on line, nella vita sociale, ma nello stesso tempo rendono
intercettabile e documentabile, a nostra insaputa, e spesso contro la nostra
volontà e i nostri interessi, l'attività e la vita di ciascuno di noi.
Telèma, come sempre, ha raccolto il parere in merito di autorevoli
intellettuali ed esperti, rivolgendo loro alcune domande: la società deve
perseguire una maggiore sicurezza collettiva accrescendo le possibilità di
controlli e verifiche (anche per contrastare varie forme di criminalità) oppure
deve privilegiare la riservatezza dei singoli? Esiste la possibilità di
contemperare queste due esigenze contrapposte? Come? E ancora: le nuove
tecnologie che permettono di individuare, registrare o ricostruire quasi ogni
forma di comunicazione, ci porteranno verso un'organizzazione sociale orwelliana
o viceversa aumenteranno gli spazi di libertà individuale e collettiva? Le
risposte raccolte confermano quanto sia diffuso il timore che, almeno per il
momento, il contrasto tra riservatezza e sicurezza non possa essere facilmente
composto.
Alberto
Abruzzese
Professore di Sociologia delle comunicazioni di massa e
preside della facoltà di Scienze delle comunicazioni dell'Università di Roma "La
Sapienza"
Su Internet c'è il nuovo scontro sociale
La più parte delle discussioni sulla doppia faccia di Internet - pubblico/privato; sicurezza/controllo; opportunità/rischio; solidarietà/autorità; ecc - si sono come sempre fermate a percepire in modo tradizionale le condizioni e i valori del sistema sociale preso in considerazione e di conseguenza ad affrontare in modo interrogativo gli effetti che su tali condizioni e valori potranno avere i new media, considerati come fattori alieni e dunque di assai probabile disturbo rispetto a una situazione data per equilibrata. Parrebbe quasi che i pericoli che si attribuiscono ai "nuovi" poteri di Internet non abbiano - fuori di ogni superstizione o ideologia - esattamente la stessa natura degli squilibri tra sfera pubblica e sfera privata che in realtà i sistemi sociali hanno sempre, seppure in diverse misure, dovuto sopportare (con un particolare incremento di contraddizioni bipolari a partire dalla civiltà metropolitana e con una maggiore intensità a partire dalla società televisiva). I più insistono dunque sulla necessità di usare Internet in modo da garantire ciò che sino a oggi sarebbe stato più o meno garantito. Credo che una posizione di questo tipo sia culturalmente povera e semmai davvero pericolosa proprio in quanto garantista (lasciando aperta di fatto - nella sua predisposizione a un quadro statico di statuti giuridici, di valori e di rapporti sociali - tanto la perversione verso una massima anarchia quanto quella verso un massimo ordine). Penso che sarebbe molto più efficace un punto di vista radicalmente diverso (anche rispetto alle ottime intenzioni civili con cui intellettuali come Stefano Rodotà vanno riflettendo e lavorando con grande e apprezzabilissimo impegno). Vale la pena di esporlo in modo provocatorio: a) gli interessi pubblici e privati, che oggi impongono il loro discorso e concordano o confliggono nel richiedere processi di normalizzazione, annunciano un nuovo scontro sociale sulla proprietà; b) anche la difesa della privacy sembra appartenere a questo conflitto come ultima frontiera di una guerra che prima si combatteva per la terra e i beni materiali; c) ne consegue che le strategie di Internet dovrebbero essere viste e magari negoziate in merito non a modalità di scontro tradizionali, ma in riferimento a nuovi attori sociali e nuovi interessi, e dunque per rafforzare l'incoerenza dei mutamenti in atto e non contenerli entro i loro confini convenzionali. Solo dando soddisfazione ai diritti acquisiti da un reale scontro di interesse (non quello pietrificato nelle regole sociali moderne), Internet può trovare un suo senso alternativo e non integrativo. Altrimenti, perché difendere valori spesso ormai vuoti di contenuto e perché proteggere confini tra interessi senza legittimazione? Questo significa che non vi è discorso rivolto a regolamentare Internet che non debba prima fare i conti con le rispettive forme di regolamentazione della società, con il modo in cui sono distribuiti i suoi interessi e le sue risorse. Così da evitare - per fare due soli ma efficaci esempi - che l'abbandono di politiche di intervento civile sul territorio deleghi inevitabilmente alla presenza occulta delle videocamere la necessità di un controllo. Oppure, così da evitare che l'abbandono definitivo di adeguate politiche culturali sul territorio spinga la provvisoria indecisione di Internet ad assolvere funzioni di socializzazione del lavoro intellettuale sino a oggi mai raggiunte o a proteggere in modo poliziesco insieme ai diritti d'autore anche tutte le merci dell'industria culturale di massa e d'élite.
Piero
Bianucci
Responsabile di "Tuttoscienze", supplemento di "La
Stampa"
Sempre meglio l'autoregolamentazione
La mia impressione è che in fatto di sicurezza e riservatezza on line bisognerebbe perseguire due linee diversificate. Da un lato blindare quanto più possibile la firma elettronica e le transazioni economiche. Dall'altro lato lasciare un ragionevole margine di trasparenza su tutte le altre attività e manifestazioni della rete, e-mail comprese. Il primo punto è essenziale se vogliamo che si sviluppino l'e-commerce e le altre forme di new economy in rete. Il secondo punto è altrettanto essenziale se vogliamo: a) che alcuni abusi possano essere scoperti e perseguiti; b) che la rete continui, anche grazie alla sua trasparenza, a rappresentare quella specie di metacervello connettivo che Derrick de Kerckhove ha descritto e analizzato. Credo che tutti siamo disposti a essere controllati, se i controlli subiti sono l'altra faccia delle garanzie che ci vengono fornite sulla sicurezza della rete. Ma credo anche in una sorta di controllo sociale reciproco tra gli utenti della rete, favorito da una certa facilità nell'individuare i responsabili di abusi. Detto questo, l'autoregolazione della rete sarà sempre preferibile a pesanti interventi dall'esterno. Questi interventi ucciderebbero ciò che c'è di più nuovo e vitale nella rivoluzione di Internet.
Fausto
Colombo
Professore di Teoria e tecnica delle comunicazioni di massa
all'Università Cattolica di Milano
Anche se controllati possiamo
difenderci
Il tema delle radici della comunicazione a partire dall'industrializzazione si sposa spesso con quello del controllo nella società moderna. Non a caso l'analisi foucaultiana del Panopticon ha influssi ben visibili su alcune distopie fantascientifiche, dal 1984 orwelliano fino alle stralunate riflessioni di Philip Dick o alla sempre più critica produzione cyberpunk di William Gibson. I termini della questione possono essere definiti come segue: a) da un lato è evidente la coincidenza fra i problemi di controllo sociale legati all'industrializzazione e alla nascita della metropoli e lo sviluppo di mezzi di comunicazione e di organizzazione dello sguardo che vanno dalla vetrina al grande magazzino fino all'urbanistica ottocentesca delle grandi capitali europee. L'idea di fondo è che, di fronte all'esplodere delle nuove masse metropolitane (la folla dei racconti di Hawthorne e Poe, della poesia di Baudelaire, fino alla sconfortata osservazione di Ortega y Gasset e Simmel), si crei l'esigenza di riorganizzare una distribuzione del sapere attraverso l'informazione. Così, musei ed esposizioni universali sono i primi grandi media proprio in quanto si definiscono sulla base della capacità di orientare e controllare lo sguardo del pubblico e attraverso quello il suo sapere e da ultimi i suoi comportamenti. La natura fieristica del cinema, l'utilizzo totalitario della radio degli anni Trenta, il boom televisivo sembrano confermare - agli occhi dei più critici - questa tendenza; b) da un altro lato si è di fatto operato, nella storia della comunicazione tecnologica, uno shifting fra le due polarità indicate dalle distopie più celebri: queste ultime infatti (si pensi fra l'altro a Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, e alla sua versione cinematografica curata da François Truffaut) mettono in scena l'ossessione totalitaria come una combinazione di flusso comunicativo a una via dal potere verso il cittadino e di assoluta trasparenza della vita privata verso il potere. I grandi media hanno rappresentato, almeno fino agli anni Ottanta del Novecento, una perfetta metafora del primo aspetto. Si pensi alla definizione del potere dei media e ai rischi da più parti paventati di una saldatura fra questo e gli altri poteri. L'ultima fase dello sviluppo tecnologico, grazie alla crescente circolazione di informazioni, fa emergere invece soprattutto il secondo rischio: quello di una riduzione della privacy e quindi di una limitazione delle possibilità di scelta da parte dell'utente, ogni azione del quale può essere monitorata e controllata. Di fatto, il potere dei media in questo caso è a monte e persino più forte di quello delle istituzioni. Se nella versione dei media di massa il controllo si esercita attraverso il filtro delle informazioni che si possono far pervenire (e quindi si ha una decisione del potere e poi l'utilizzo dei media come altoparlanti), nell'ultima versione sono i media ad agire naturalmente in direzione di una trasparenza degli atti di consumo, e quindi a fornire al potere un perfetto strumento di controllo. E' evidente che questa prospettiva pone la questione della riduzione possibile della libertà come limitazione di arbitrio (in quanto rende possibile una diminuzione della varietà degli atti: sono di fatto possibili soltanto quelli compatibili con il controllo sociale che, nella sua attuazione - come nel caso dei totalitarismi - può andare al di là della semplice garanzia dell'arbitrio di ogni singolo cittadino attraverso la delimitazione delle leggi), ma anche come riduzione delle potenzialità di liberazione, in quanto (nel caso della trasparenza della privacy) tende a rendere prevedibile ogni azione illuminando ogni fase della scelta e della decisione, cioè negando l'intimità come luogo in cui esse vengono maturate. Di nuovo, emerge con tutta chiarezza la forza della metafora foucaultiana del Panopticon come emblema di una società del controllo fondata non tanto sull'essere visti, ma sulla possibilità di esserlo come matrice di autocensure e di autolimitazioni. Rimane tuttavia da sottolineare che la prospettiva del controllo sociale come macchina invincibile sembra affetta da un pessimismo presupposto non totalmente giustificato. Essa prevede infatti l'esistenza di una macchina globale del controllo da cui è impossibile sfuggire. Questa posizione soggiace storicamente ad almeno due tipi di critica: a) da un lato l'osservazione che le macchine del potere sono spesso galassie complesse e per nulla totalmente omogenee (tranne appunto che nelle forme propriamente totalitarie): ne discende la possibilità che i conflitti interni al potere aprano spazi di non-controllo sociale, in cui si possono inserire azioni volte a recuperare la libertà del soggetto; b) dall'altro lato la rilevazione della possibilità di una resistenza del soggetto al potere, in diverse forme. A questo proposito, e in relazione alla macchina comunicativa, di particolare interesse è l'osservazione di Michel De Certeau sull'opposizione continua da parte dei soggetti sociali di tattiche alla strategia del potere. Questo stare sulla soglia, senza opporsi visibilmente ma tuttavia non accettando completamente, viene definita in-between. La segnaliamo qui, ma meriterebbe riprenderne l'osservazione in altra occasione.
Domenico De
Masi
Professore di Sociologia del lavoro all'Università di Roma "La
Sapienza"
La vera speranza, per la privacy, è la confusione
Se ogni farmacia memorizza tutti i compratori, con le relative medicine acquistate, ogni farmacia può sapere che il signor X compra antifecondativi e che li compra con una certa cadenza. Se però esiste una banca dati in cui confluiscono le notizie raccolte da tutte le farmacie, e da questa banca dati risulta che il signor X compra antifecondativi in una farmacia mentre la moglie Y compra antifecondativi in un'altra farmacia, l'accostamento di questi due dati mi fornisce un terzo dato, di natura ben diversa: mi dice che i due coniugi si tradiscono. Un sistema di telecamere installato in una piazza può rilevare minuto per minuto e giorno per giorno tutti i passanti, allarmando ogni volta che passa un passante imprevisto. Un sistema satellitare di rilevazione del calore, puntando sul tetto di un palazzo, mi può dire con sorprendente precisione, ricavandolo dalle calorie sprigionate da ciascun gesto, cosa sta facendo ogni inquilino in ogni piano, in ogni appartamento, in ogni stanza. In sintesi, abbiamo costruito tecnologie in grado di eliminare ogni minimo residuo di privacy e che nessun potere è più in grado di disinnescare perché la potenza è ormai smisurata e la miniaturizzazione è giunta a livelli pulviscolari. Praticamente, non c'è più nulla da fare: meglio sperare nella confusione derivante dalla ridondanza di dati che sperare nella privacy derivante dal controllo sui dati.
Franco
Ferrarotti
Professore di Sociologia all'Università di Roma "La
Sapienza"
L'unica difesa è in un ethos condiviso
Temo, non da oggi, che la comunicazione elettronicamente assistita si presenti con almeno due facce: la possibilità operativa, per un verso, di comunicare con chiunque a qualsiasi distanza in tempo reale e quindi abolire quella che gli economisti classici definivano la "frizione dello spazio", impedimento grave a ulteriori sviluppi degli scambi sia commerciali che latamente umani; per un altro verso, la sovrana indifferenza ai contenuti specifici, che in effetti possono andare dai testi biblici ai messaggi intimi o criminali o pedofiliaci. La questione della privacy copre i due aspetti e si presenta, dal punto di vista interno delle tecnologie informatiche, molto complessa. La sola soluzione che posso intuire è quella che rimanda all'ethos prevalente della società globale: una società che si proponga di essere rispettosa, non solo delle leggi scritte ma del costume, dei diritti fondamentali dei propri cittadini, difende e protegge sia i loro diritti agli acquisti on line e alle pratiche bancarie via Internet sia il loro diritto naturale alla riservatezza. Una volta di più si chiarisce la natura strumentale, e non finale, dei progetti tecnologici.
Jader
Jacobelli
Coordinatore della Consulta di qualità della
Rai
Prima o poi la riservatezza ci costerà cara
«Chi fa il danno lo deve riparare», diceva un vecchio motto. La tecnologia, per ora, ci ha assicurato con Internet la capillarità, la simultaneità e la trasparenza della comunicazione, ma a rischio della riservatezza. La stessa tecnologia deve perciò trovare il rimedio, visto che non si può tornare indietro, e che vietare è vietato, specie in questo campo. Ma ci riuscirà certamente perché è soprattutto il mondo degli interessi che ha qualcosa da temere dalla trasparenza. D'ora in poi, comunque, trasparenza e riservatezza si misureranno in un continuo braccio di ferro perché entrambe le esigenze hanno un autentico fondamento, anche se è molto probabile che la riservatezza finirà con l'essere considerata un valore aggiunto della trasparenza e quindi diverrà pay. Tutti i salmi finiscono in gloria.
Vittorio
Mathieu
Professore di Filosofia morale all'Università di
Torino
Se non vuoi essere ascoltato, taci
Se uno teme intromissioni nella privacy delle sue comunicazioni è opportuno che si astenga dal comunicare.
Franco
Morganti
Consigliere d'amministrazione di Enel e di Wind,
vicepresidente dell'Anfov
Hacker contro hacker. Ma conviene?
Tutte le riunioni del G7 e del G8 sono ormai tradizionalmente attaccate da bande di protestatari violenti, armati di bastoni e catene, che richiamano ingenti forze di polizia. Eppure i temi in discussione meriterebbero spesso forme di contestazione o comunque di dibattito ben diversi. Si va infatti dal protocollo di Kyoto al divario fra Nord e Sud, dal debito dei paesi del Sud al commercio equo e solidale. Per farsi ascoltare in modo più intelligente, al recente summit di Davos alcuni hacker sono penetrati nell'archivio della conferenza impadronendosi di indirizzi e carte di credito dei vip del mondo. Lungi da me l'idea di stimolare la violazione degli archivi, ma gli hacker sembrano aver capito, più di altri, che la contestazione a un potere sempre più immateriale deve essere immateriale. Del resto molti hacker sono passati dalla violazione alla protezione della sicurezza informatica e lavorano in azienda. Attenzione però: chi pensa di aver risolto in questo modo il problema delle intrusioni si sbaglia di grosso: gli hacker "traditori" vengono messi nel mirino dei loro ex-colleghi, che cercheranno soprattutto di batterli violando i loro siti, dimostrando così di essere ancora i migliori.
Valentino
Parlato
Editorialista di "il manifesto"
Impariamo a mostrarci
nudi
Il quesito è molto interessante, ma rischia di essere tecnico e di eludere la
questione del contesto: in quale modello di società viviamo? Per memoria di
antichi e cari luoghi comuni, come "la casa di vetro", sarei per la massima
trasparenza di tutti i messaggi e contro la segretezza e anche la privacy cara a
Stefano Rodotà, amico caro e assai più competente di me. E sono per la
trasparenza non per ragioni di sicurezza o lotta alla criminalità, ma per
civiltà. Il buon Montaigne concludeva la presentazione dei suoi saggi scrivendo,
«caro lettore, se fossi in un mondo civile, tutto nudo a te mi vorrei mostrare».
E in un mondo civile questa trasparenza non sarebbe orwelliana, bensì segno di
libertà. Se invece, però, c'è il Grande Fratello o l'associazione dei Grandi
Fratelli allora si ha paura della trasparenza e il segreto diventa un luogo di
difesa. Quando il Grande Fratello era particolarmente cattivo nacquero le
democratiche società segrete. Al di sopra delle tecniche c'è il sistema di
dominio.
Ps. E poi, se non ricordo male, anche la mia amata "casa di vetro"
in qualche civilizzato paese europeo è diventata una occasione di
pornocommercio.
Sergio
Ricossa
Professore di Economia all'Università di Torino
Oggi
l'inquisizione è un monopolio, di Stato
La decadenza del senso della privatezza nei paesi democratici è cominciata, anche legalmente, molto prima della diffusione delle nuove tecnologie informatiche. Basti ricordare la progressiva erosione del segreto bancario da parte delle autorità fiscali. Ciò avrebbe probabilmente suscitato, nel XIX secolo, forti reazioni dei cittadini. Nel XX secolo, la resistenza dei contribuenti si è smorzata a poco a poco e con scarso clamore (sostituita caso mai dalla ricerca internazionale di superstiti "paradisi fiscali"). Queste pagine di storia vanno lette tenendo presente la diffusione del socialismo nel XX secolo e l'evoluzione del costume popolare verso forme di "spogliarello" di ogni genere e in tutti i campi (dalla moda allo spettacolo, ecc). Le nuove tecnologie informatiche sono dunque cresciute su un terreno favorevole, e i tentativi di limitarne l'invasione della sfera privata mediante apposite autorità pubbliche non sembra tanto una manifestazione di nostalgia per l'individualismo del passato, quanto il desiderio delle autorità pubbliche di assicurarsi una specie di monopolio all'inquisizione.
Paolo
Savona
Professore di Politica economica all'Università "Luiss - Guido
Carli" di Roma
Non conta soltanto l'individuo
Con il diffondersi del mezzo elettronico come forma di scambio e di conservazione di informazioni e, soprattutto, di perfezionamento degli accordi contrattuali aumentano i rischi della sicurezza, non solo intesa come diritto alla privacy, ma anche e soprattutto come tutela dei contratti, fondamento dell'economia di mercato, e della sicurezza dello Stato, fondamento della democrazia. Non ci troviamo di fronte a tre problemi, ma a uno solo con tre facce. La mia preoccupazione è che si dedichino troppe attenzioni al primo aspetto, quello della privacy, e poche agli altri. La tutela della privacy e della sicurezza informatica dello Stato democratico richiede un intervento pubblico il quale, talvolta, si trova costretto a dirimere il conflitto tra i due obiettivi. La mia opinione che, in materia informatica, va privilegiato il secondo, perché dietro il tentativo di costruzione di un assetto altamente civile, come quello che tutela i dati e le immagini personali, opera liberamente la criminalità ordinaria e organizzata con costi superiori a quelli ottenuti con l'elevazione del grado di civiltà della convivenza sociale. La sicurezza dei contratti richiede anch'essa attenzione da parte degli organi della democrazia (ad esempio, attraverso un aggiornamento dei servizi di ordine pubblico o la regolamentazione informatica dell'attività notarile), ma trova una forte spinta soprattutto attraverso l'iniziativa privata. Le informazioni disponibili sono tali da rasserenarci contro i pericoli derivanti dall'azione della criminalità ordinaria, ma non di quella organizzata in senso lato (cioè non solo del terrorismo e dei movimenti anarchici, ma anche quello operante su basi individuali come, ad esempio, quella degli hacker che entrano nei computer del Pentagono o di una banca). Il problema della sicurezza informatica resta grave e incombe sulla vita economica e democratica di ogni paese, ma sollecita una simultanea considerazione dei tre aspetti indicati e una ricerca del loro equilibrio.
Paolo
Serventi Longhi
Segretario nazionale della Federazione della stampa
(Fnsi)
Serve anche qui un'Autorità garante
Controlli e privacy costituiscono uno scenario che, giustamente, deve essere posto permanentemente al centro delle politiche democratiche. Cresce, con lo sviluppo tecnologico, la possibilità di garantire maggiore sicurezza a fronte delle nuove occasioni per il crimine, innanzitutto organizzato. Cresce, in pari tempo, il timore di una indiscriminata "presenza" di controllori a scapito della riservatezza di ciascuno. Viene in mente, come paragone aspro ma possibile, l'antica e forse mai compiuta gara fra strumenti d'offesa e sistemi di difesa nella storia delle guerre dell'Umanità. Una rincorsa fatta sempre più di velocità, di efficacia e di potenza. La via che è stata scelta, nell'ambito legislativo italiano ed europeo, per assicurare un contemperamento fra esigenze degli apparati di sicurezza e diritti alla riservatezza del cittadino è quella delle Autorità di garanzia. A me pare che sia una soluzione equilibrata e corretta e che stia dando buone prove di funzionamento ed efficacia. Lo Stato e le grandi Organizzazioni di ogni tipo, da un lato, i cittadini, dall'altro, hanno pertanto a disposizione un organo di vigilanza e di indirizzo all'altezza dei problemi, quantomeno a livello nazionale. Una riflessione critica, semmai, potrebbe essere indirizzata ai mezzi, non certo eccezionali, messi a disposizione della Autorità italiana sulla privacy che non consente ancora un'azione completa ed efficace. Il Governo e il Parlamento, da poco rinnovati, agiscano rapidamente in questo senso. Ben più complessa e bisognosa di una soluzione a livelli di intesa e concertazione è la questione, sollevata di recente con forza dal Parlamento europeo, degli apparati di controllo angloamericani nati all'epoca della Guerra Fredda e pertanto non più legittimati. Ma una iniziativa sovrannazionale necessita anche di strumenti di intervento che le organizzazioni internazionali, dalle Nazioni unite all'Unione europea, ancora non hanno. E questo è un altro problema serio, anche se funziona un ancora parziale coordinamento europeo tra i Garanti.
Roberto
Vacca
Docente di Ingegneria dei sistemi, direttore di ricerca
all'Isis e scrittore
Ma che vantaggi hanno a spiarci?
Garantire la propria privacy e la sicurezza dei messaggi scambiati in rete è desiderabile, ma richiede di investire tempo e denaro. Gli strumenti forniti, ad esempio, da Microsoft sono squilibrati. Se disponiamo il livello di sicurezza del browser su Alto, non potremo più ricevere e scaricare messaggi innocui e tanto interessanti da motivarci a pagarli. Spesso mi connetto a siti (come quello della mia banca) che considero del tutto sicuri, ma vengo invitato a riflettere che quel sito non è stato considerato sicuro (non si spiega bene da parte di chi) e che quindi mi espongo a un rischio. Certo è possibile che un'organizzazione, dotata di risorse e di capacità tecnica, segua le tracce delle mie frequentazioni su Internet per conoscere i miei gusti, i miei acquisti o i miei problemi di salute. Non ci sono mezzi semplici per proteggere la nostra privacy durante la navigazione e i normali rapporti di e-mail, ma dovremmo chiederci: quanto costa agli intrusi indagare su di noi e che vantaggio ne traggono? E noi che danno riportiamo, per essere troppo prudenti? Alcuni miei corrispondenti non accettano attachment alla e-mail temendo che contenga virus - rischio che certo esiste. I fornitori di anti-virus sono in genere efficaci e tempestivi (non sempre). Taluno insinua che i virus sono immessi in rete proprio da chi vende antivirus ("cui prodest?"), ma finora non sono emersi sospetti fondati, né prove. Spesso basta proteggersi solo evitando errori marchiani. Alcuni acquirenti dei miei libri on line hanno mandato a me per e-mail il numero della loro carta di credito. Li ho cautelati dandolo soltanto al server sicuro (crittografato) della banca, ma l'imprudenza è endemica: pare che il 60% dei bancomat smarriti rechi scritto a lapis il Pin segreto!
Valerio
Zanone
Presidente della Fondazione Luigi Einaudi per gli studi di
politica ed economia
A tecnologie globali poteri transnazionali
Il sistema delle comunicazioni è un moltiplicatore di libertà più che di sicurezza, ma in linea di principio ciò non consiglia il ricorso a mentalità censorie. Ad esempio: si insiste sul rischio che la divulgazione di fatti criminali generi effetti di imitazione e di emulazione, non si insiste altrettanto sugli effetti dissuasivi della divulgazione di crimini prima protetti dal silenzio, come le violenze famigliari: il male esiste e, a differenza di quanto ritengono i censori, non si rimuove tacendolo. L'esito delle innovazioni tecnologiche non è predeterminato; le tecnologie informatiche possono essere, e di fatto sono, tanto strumenti di attività criminali quanto strumenti di prevenzione e repressione della criminalità. Poiché utilizzare una tecnologia equivale a esercitare un potere, il problema di interesse pubblico è il limite di quel potere. Ma per stabilire un limite occorre un impianto normativo, e per far valere un impianto normativo occorre istituire un'autorità di controllo. E poiché il potere delle tecnologie informatiche è transnazionale occorrono norme e istituzioni altrettanto transnazionali. Siamo, al solito, di fronte all'asimmetria fra poteri e istituzioni tipica della globalizzazione: anche la comunicazione globale è in gran parte anomica. E' un problema da grandi potenze, che non sfigurerebbe sull'agenda del G8 a Genova.