Nella poesia scritta per Telèma, Antonella Anedda pone l'accento sul contrasto sostanziale fra le promesse tecnologiche del computer e le sue oscure minacce: da un lato questo strumento elettronico accoglie e conserva la scrittura, dall'altro ha i requisiti di una trappola metallica. Così è "l'albergo della lingua" e la sua prigione. La realtà telematica sta proprio in questa ambiguità.
L'inedito di antonella anedda invita a stilare un primo, sia pur sommario
bilancio della pagina dedicata da Telèma ai rapporti fra computer e linguaggio
poetico. Arrivata al suo decimo invitato, la rubrica comincia a rivelare una
fisionomia perspicua. La nuova configurazione del testo, traslocato dalla carta
al display, sembra cioè aver provocato un radicale ripensamento del concetto
stesso di segno anche nel campo della scrittura in versi. Più ancora che la
trasformazione del supporto (cui la nostra civiltà ci aveva già abituato grazie
all'impiego di argilla o marmo, papiro o pergamena), al centro di tante
testimonianze troviamo piuttosto la smaterializzazione subita dalla lettera nel
suo passaggio dall'inchiostro al bit, dalla traccia concreta al puro impulso
ottico. Di ciò racconta la composizione di Antonella Anedda, accennando alla
vicenda di quella staffetta di luce tramite cui la macchina giunge a produrre
«con scatti disuguali / una poesia».
Questa affermazione, però, non è che
l'ultima parte di un discorso più ampio. In verità, l'autrice organizza la
propria riflessione a partire dal contrasto sostanziale fra le potenzialità del
nuovo mezzo e il presentimento di una sua misteriosa inimicizia, fra le promesse
della tecnologia e le sue oscure minacce: in breve, fra Ospitalità e Ostilità.
Il suo pensiero ruota intorno all'ambivalenza dello strumento elettronico.
Infatti, se da un lato la macchina permette di conservare la scrittura
accogliendola al proprio interno, dall'altro essa possiede i requisiti di una
trappola metallica, «breve rettangolo fitto di fili e rame».
Di qui una lacerante ambiguità - la stessa, a ben vedere, che colora le
nostre giornate post-moderne di utenti, e insieme ostaggi, della tecnica. Il
computer, così, viene a rappresentare tanto l'"albergo della lingua" (per
parafrasare un celebre saggio di Antoine Berman) quanto la sua prigione (come
suggerisce la definizione di "tagliola"). «Grigio, silenzioso / abbastanza
vicino alla finestra da non coprire / le nuvole, i palazzi, gli uccelli che
avanzano nel vento», esso esibisce d'altronde, anche materialmente, una
tipologia tutta particolare, stabilendo una netta contrapposizione nei confronti
sia della natura sia della città. A conferma di tale stato ibrido, per certi
aspetti addirittura alieno, sta un passo in cui si legge: «Tra corpo e schermo,
solo una parentela inquieta».
Con ciò, siamo condotti nel cuore stesso della
realtà telematica, i cui oggetti sembrano appunto caratterizzati dalla loro
tendenza ad assumere uno statuto intermedio fra organico e inorganico. E'
appunto questo elemento perturbante (nel senso freudiano del termine) a
costituire il nocciolo di una poesia capace di svelare, anche al lettore più
frettoloso, le estreme metamorfosi della nostra epoca.
Grigio, silenzioso...
Grigio, silenzioso
abbastanza vicino alla finestra da non coprire
le nuvole, i palazzi, gli uccelli che avanzano nel vento.
Tra corpo e schermo, solo una parentela inquieta
(come quasi sempre succede al desiderio) uno spazio ristretto
eppure abitato da catastrofi: l'acqua rovesciata dal bicchiere
la sigaretta accesa, il pensiero che tenta di volare
(non diverso in questo dal piccione).Forse descrissi un monte, con sassi chiari e un abete.
Talmente verticale, asciutto, senza umori
da accantonare il vero mondo oltre il vetro, troppo mutevole
da placarsi in racconto
troppo arduo e straniero per scriverne a distesa...A distesa è impossibile.
Usa questo breve rettangolo fitto di fili e rame
- una trappola con la sua tagliola -
guardalo riportare nella luce (in fondo è viva)
con scatti disuguali
una poesia.