Davide Zoletto

Tutto ruota intorno al "segreto"
proteggerlo, violarlo o negoziarlo?

Un tempo la privacy si basava sulla salvaguardia di un diritto naturale a essere lasciati in pace. Nella società della conoscenza è scaduta invece a mera possibilità di esercitare un controllo sulla circolazione, fondamentalmente ammessa, dei dati che ci riguardano. Su questo i pianificatori sociali hanno la coda di paglia e i loro proclami "a tutela", pur ricchi di toni enfatici, restano nel vago.

1.
Vorrei guardare alla privacy come farebbe un voyeur. Come cioè se ci fosse un buco nella serratura attraverso il quale spiare i "segreti" della tanto reclamizzata società della conoscenza. Vorrei mettere a fuoco qual è il tipo di segreto e segretezza di cui si parla oggi quando è in questione la privacy e, nel contempo, sbirciare quali sono alcuni dei segreti, cioè dei trucchi, su cui si basano certi discorsi sulla "società dell'informazione", sulla "società della conoscenza", sulla "società della comunicazione" e così via1. Che molti di questi discorsi siano almeno in parte retorici lo dimostrano i toni tanto vaghi quanto enfatici con cui queste perifrasi entrano nei proclami (più che nei progetti) dei pianificatori sociali. Non è cambiato molto tra il 1971, anno in cui il Japan computer usage development institute varava il suo Piano per la società dell'informazione: un obiettivo nazionale verso l'anno 2000, e il 1996, quando la Commissione europea ha dato alle stampe (e alla rete) il libro bianco sull'educazione e la formazione Teaching and learning. toward the learning society. In entrambi i casi l'avvento della società dell'informazione rappresenta una delle sfide a cui rispondere con la società della conoscenza (nel nostro caso con l'Europa della conoscenza o, secondo una lettura più prosaica, con il mercato europeo delle competenze).
Si tratta di una vulgata abbastanza semplificata che non rende giustizia all'ampio dibattito sul post-industrialismo (dai lavori di Daniel Bell e Alain Touraine a quelli più recenti di Jeremy Rifkin2) e secondo la quale le nuove tecnologie avrebbero contribuito in modo decisivo al passaggio da un modello di società ed economia basate sulla proprietà e sullo scambio di beni e prodotti a uno in cui sarebbe divenuto fondamentale lo scambio di informazioni e conoscenze. E in cui alla fine (nella versione di Rifkin) non conterebbe più nemmeno la proprietà di queste ultime, quanto la possibilità di avervi accesso (non a caso il libro bianco sottolinea in ogni modo che per divenire «impiegabili» i futuri cittadini europei dovranno avere «accesso all'informazione e alle conoscenze»).

Centrale in tutti questi discorsi è una certa idea di comunicazione, cioè di accesso, e, per converso, di non comunicazione, cioè di privacy. E' chiaro che in questo senso l'idea di privacy è mutata col passare del tempo: ai suoi albori, nel 1928, gli americani Samuel Warren e Louis Brandeis la definivano «il diritto dell'individuo a essere lasciato in pace» (quasi le stesse parole con cui il pur recentissimo e ipertecnologico Enemy of the State sancisce la vittoria di Will Smith e Gene Hackman contro un'orwelliana multinazionale delle nuove tecnologie); cinquant'anni dopo, nel 1978, il Comitato Lindop istituito dal governo britannico per studiare la protezione dei dati sosteneva che la privacy riguardava invece «il diritto dell'individuo a controllare la circolazione dei dati che lo riguardano».
"Essere lasciato in pace" versus "controllo sulla circolazione dei dati". Da un'idea di privacy legata alla salvaguardia della sfera privata contro l'invadenza del pubblico si è passati dunque a una concezione legata essenzialmente al controllo della comunicazione e della non comunicazione. Non che questa nuova versione della privacy scalzi del tutto la precedente: entrambe sopravvivono, per esempio, nell'articolo 8 della neonata Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, e anzi si potrebbe avanzare l'ipotesi che la prima, maggiormente legata alla questione dei diritti inalienabili dell'individuo (primo fra tutti quello alla proprietà), risulti decisiva per sorreggere e far funzionare la seconda, considerevolmente più market-oriented. E tuttavia in questa combinazione la posta in gioco è alta, perché il modo di vedere la privacy rispecchia un certo modo di vedere la comunicazione.

Tant'è che, se in entrambi i casi è in questione una discontinuità nella comunicazione, mentre nel primo l'enfasi viene posta sul non detto (su quello cioè verso cui è dovuta una certa riservatezza), nel secondo è tutta una questione di controllo. In altre parole: l'informazione è sempre circolata anche al di fuori del controllo dei singoli soggetti. Solo che tra il pettegolezzo di ieri e le Trpi, cioè le Telecommunication-related personal informations, di oggi (quelle informazioni che le aziende acquisiscono automaticamente ogni volta che stabiliamo una qualche relazione contrattuale on line) non è cambiata soltanto la quantità e la pervasività del gossip.
E' mutato anche il nostro modo di rapportarci alla non comunicazione. Quella che ieri era soltanto una richiesta di rispetto per la sfera più intima, oggi cerchiamo di tradurlo in un vantaggio sul mercato delle conoscenze. Se la comunicazione, cioè la possibilità di accesso, è la base di questo mercato, la privacy, cioè il divieto d'accesso, non sarà più solo una questione di riservatezza, ma anche, forse soprattutto, di marketing.

2.
Accendiamo il computer. Dopo tutto, come hanno osservato Manuel Castells e Zygmunt Bauman3, le metafore della rete e del flusso (potremmo dire della circolazione) sono centrali nelle retoriche della società della conoscenza e la rete per antonomasia oggi è quella di Internet. Così l'esperienza di chi naviga in rete può aiutarci a capire in che senso la privacy è oggi propriamente controllo del flusso: divieto d'accesso o accesso controllato. Colleghiamoci a un sito e scarichiamo un programma. Sono sempre in questione le modalità di comunicazione e non comunicazione e, soprattutto, le possibilità di controllarle: «ai sensi della Legge 675/96, autorizzo ... a trattare i dati da me sopra riportati per le attività di comunicazione, diffusione e utilizzo interne all'azienda (ad esempio: rapporti, analisi, statistiche, ecc) così come per la comunicazione, diffusione e realizzazione di tutte le sue attività di promozione dei propri prodotti (ad esempio: fiere, seminari, dimostrazioni, mailing, telemarketing, teleprospecting, ecc). In ogni momento, a norma dell'articolo 13 Legge 675/96, potrò avere accesso ai miei dati, chiederne la modifica o la cancellazione oppure oppormi al loro utilizzo...». Non si tratta di escludere questo o quello dal flusso delle informazioni, ma di negoziarne le modalità di circolazione. Dopo tutto un'economia dell'informazione e delle conoscenze non potrebbe funzionare se queste ultime fossero distribuite uniformemente.
Per poter circolare (perché la possibilità di accedervi possa valere qualcosa) deve esserci una discontinuità. Devono esserci sapere e non sapere. Basta pensare all'importanza strategica delle cosiddette informazioni riservate e ai vincoli alla segretezza imposti dalle aziende ai propri dipendenti (come ben sanno Russel Crowe e Al Pacino in Insider a proposito di una grande multinazionale del tabacco). Ecco uno di quei segreti della società della conoscenza che i "segreti" delle retoriche della società dell'informazione riescono a far passare sotto silenzio: paradossalmente la società della conoscenza è di quelle che, riprendendo le parole di Paolo Fabbri, funzionano "a segreto", proprio come un motore funziona a benzina o gasolio4.

La comunicazione non sarebbe infatti caratterizzata dall'imperativo a chiarire le zone d'ombra, ma, al contrario, muove dal segreto e vi fa sempre ritorno. Se il segreto si consuma, finisce la benzina. Il punto importante è che però si tratta di un segreto controllato: non è un tabù, un segreto inviolabile, ma piuttosto quello che lo stesso Fabbri ha chiamato segreto tattico. In altre parole quel che conta non è ciò che è segreto (e che quindi, pur facendo funzionare la comunicazione, tenderebbe comunque a venire gradualmente cancellato), ma il carattere strategico del non sapere, il fatto che l'informazione segreta continua a spostarsi (a venire spostata) come un segreto di Pulcinella. Mai troppo nascosto e (almeno potenzialmente) noto o conoscibile a tutti, il segreto tattico sfugge grazie a questo o a quel trucco. Per esempio: torniamo al computer e cerchiamo informazioni su un volo. Clicchiamo e compare una finestra di dialogo contrassegnata da un lucchetto: «Si stanno per visualizzare delle pagine su una connessione protetta. Le informazioni scambiate con questo sito non possono essere utilizzate da altri utenti del web». Che cosa sta accadendo? Secondo la guida in linea di Internet Explorer «si sta tentando di stabilire una connessione protetta con un sito web. Questo sito web fornisce una comunicazione protetta e dispone di un certificato valido. Comunicazione protetta significa che le informazioni inviate al sito, quali il nome o il numero di carta di credito, sono crittografate in modo da non poter essere lette o intercettate da altre persone».
Ecco un caso di segreto tattico: nei metodi di crittografia e decrittazione non è mai in gioco la possibilità di svelare una volta per tutte l'informazione nascosta (la trasparenza assoluta) o di nasconderla per sempre (la crittografia perfetta), ma solo il tempo del suo dilazionamento, cioè le strategie contrapposte per favorirne o limitarne il controllo e la circolazione.

3.
Il segreto della società della conoscenza è dunque che funziona a segreto. E il "segreto" delle sue retoriche è che non bisogna dirlo troppo in giro. Silenzio strategico, divieto d'accesso ottenuto mediante dissimulazione, la privacy sarebbe dunque il diritto all'autodeterminazione informativa, all'oblio controllato (per esempio, nel caso di informazioni ormai datate), alla non comunicazione sorvegliata, tanto in uscita (nel senso di una limitata circolazione delle proprie informazioni) che in entrata (nel senso di un rigoroso vaglio delle comunicazioni che si desideri o meno ricevere).
In tutte le sue sfaccettature la non comunicazione sarebbe dunque essenziale alla comunicazione, ma nella forma prevalente di un più di controllo, spesso di autocontrollo. A prescindere dalle necessarie valutazioni di tipo giuridico (che peraltro, in merito alle questioni della privacy, possono avere anche il fine, come osserva Stefano Rodotà, di ampliare le possibilità di azione autonoma da parte dei soggetti5), si può però rilevare che il tutto si complica proprio intorno alla questione del controllo e dell'autocontrollo. Sono in molti infatti ad aver segnalato il rischio che la società della conoscenza finisca per trasformarsi in una società del controllo e della sorveglianza.

Non è un caso che chi come David Lyon aveva scritto uno dei primi testi sulla società dell'informazione6 abbia poi avvertito il bisogno di lavorare sul tema della privacy e della filosofia della sorveglianza7. Solo che il controllo non è soltanto quello del potere esterno a noi, ma anche quello che abbiamo introiettato attraverso le pratiche e che si manifesta per esempio nell'autocontrollo. Lyon e altri hanno ripreso a questo proposito il tema foucaultiano del panopticon, struttura di potere onnipresente e inafferrabile che si basa in ultima analisi sulle pratiche di auto-osservazione da parte dei singoli soggetti.
La privacy, ancor più nella sua versione aggiornata di non comunicazione come autocontrollo sulla circolazione dei propri dati, sembra davvero un ambito privilegiato per il funzionamento di queste pratiche del panopticon. E dunque l'effetto del segreto, almeno di quello tattico, sembra essere un aumento della trasparenza. Fino al blocco della comunicazione.

4.
Ci servirebbe allora una non comunicazione che non sia un più di controllo. Per esempio, una non comunicazione come quella che è stata teorizzata e praticata da uno dei padri (in realtà non troppo ascoltati) delle odierne teorie della comunicazione (e anche di molte delle parole che circolano nelle retoriche della società della conoscenza, da "apprendere ad apprendere" a "flessibilità"), e cioè Gregory Bateson. Per Bateson l'informazione e la comunicazione richiedono una componente di non comunicazione e di non sapere (Bateson la chiamava il sacro o, meglio, la segretezza) che però hanno i tratti paradossali della non padronanza. E' appunto questo elemento opaco, non controllabile, che garantisce secondo Bateson la flessibilità di un sistema di parti comunicanti.
Per spiegarsi Gregory Bateson ricorreva a una serie di esempi che, non a caso, non corrispondono alla nostra idea tradizionale di chiarezza e comunicazione efficace. Uno dei suoi preferiti era quello delle disavventure dell'antropologo Sol Tax con un gruppo di indiani americani nei dintorni di Iowa City. Alcuni rituali di questi indiani prevedevano infatti l'impiego del peyote (pianta allucinogena) e per questo la chiesa indigena si trovava sotto accusa. Sol Tax aveva avuto l'idea di filmare la cerimonia per testimoniarne il carattere religioso, ma gli indiani si erano opposti e avevano preferito correre il rischio di non poter mai più pregare, piuttosto che pregare sotto l'occhio delle cineprese.

Ecco, spiegava Bateson, la storia di Sol Tax ha molto da insegnare sui margini di segretezza che non possiamo controllare. Sulla non comunicazione che si sottrae alla regolamentazione dei flussi. Che questa segretezza non sia affatto facile da praticare lo può dimostrare il fatto che la stessa figlia di Bateson (e coautrice con lui di Dove gli angeli esitano, il libro in cui Bateson ha più scritto di segretezza e dintorni8) lo prendeva in giro prospettandogli un futuro di addetto stampa al Pentagono. Ma, obietta Bateson, il punto è proprio questo: segretezza non deve voler dire controllo.
Non a caso invece di fare la morale della storiella di Sol Tax (di esplicitarne, cioè controllarne, il contenuto nascosto, il segreto) Bateson la infila in una serie di altre storielle sulla non comunicazione. Dal loro accostamento emergeva, secondo Bateson, in maniera non padroneggiata, né padroneggiabile, il modo di questa non-comunicazione.

5.
Una delle storie che Bateson accostava volentieri a quella di Sol Tax era quella biblica di Giobbe, il quale voleva a tutti i costi difendere la propria privacy: voleva essere lasciato in pace. Per questo Giobbe si arrabbia con Dio. Ma Dio gli chiede conto di un segreto: «Lo sai tu, Giobbe, quando figliano le camozze?». Non che Giobbe debba trasformarsi in uno studioso delle camozze. Significherebbe ancora una volta pretendere di controllare il segreto. Giobbe deve ammettere la possibilità di non sapere proprio nulla né delle camozze, né del loro segreto.
Il segreto di Giobbe è mobile come quello di Pulcinella, ma, a differenza di quest'ultimo, non è soltanto una questione di strategia. Opera di nascosto, ma senza saperlo fino in fondo. Sfugge al controllo e così facendo è una non comunicazione che riesce a non bloccare la comunicazione. Anzi a favorirla. Non che Giobbe escluda Pulcinella. Si limita a sospendere di tanto in tanto l'efficacia dei suoi trucchi. E a evitare così che, navigando in rete o circolando nei liberi spazi della società della conoscenza, i nostri segreti diventino troppo auto-controllati e così, paradossalmente, troppo trasparenti. Che i segreti di Pulcinella e di Giobbe diventino cioè troppo simili a quelli del Grande Fratello.


Note

1 Sulle retoriche della società della conoscenza cfr le sezioni monografiche dedicate dalla rivista "aut aut" a "L'università in questione" e a "L'Europa e le sue retoriche" rispettivamente sui numeri 296-297 (marzo-giugno 2000) e 299-300 (settembre-ottobre 2000).

2 D. Bell, The coming of postindustrial society: a venture in social forecasting, Penguin, Harmondsworth, 1974; A. Touraine, La società post-industriale, Il Mulino, Bologna, 1970; J. Rifkin, L'era dell'accesso, Mondadori, Milano, 2000.

3 M. Castells, The information age: economy, society and culture, Blackwell, Oxford, 1998; Z. Bauman, La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli, Milano, 2000.

4 P. Fabbri, Elogio di Babele, Meltemi, Roma, 2000.

5 S. Rodotà, Tecnopolitica, Laterza, Roma-Bari, 1997; S. Rodotà, Repertorio di fine secolo, Laterza, Roma-Bari, 1999.

6 D. Lyon, La società dell'informazione, Il Mulino, Bologna, 1991.

7 D. Lyon, L'occhio elettronico, Feltrinelli, Milano, 1997.

8 G. Bateson, M.C. Bateson, Dove gli angeli esitano, Adelphi, Milano, 1989.