Un tempo la privacy si basava sulla salvaguardia di un diritto naturale a essere lasciati in pace. Nella società della conoscenza è scaduta invece a mera possibilità di esercitare un controllo sulla circolazione, fondamentalmente ammessa, dei dati che ci riguardano. Su questo i pianificatori sociali hanno la coda di paglia e i loro proclami "a tutela", pur ricchi di toni enfatici, restano nel vago.
1.
Vorrei guardare alla privacy come farebbe un voyeur. Come cioè
se ci fosse un buco nella serratura attraverso il quale spiare i "segreti" della
tanto reclamizzata società della conoscenza. Vorrei mettere a fuoco qual è il
tipo di segreto e segretezza di cui si parla oggi quando è in questione la
privacy e, nel contempo, sbirciare quali sono alcuni dei segreti, cioè dei
trucchi, su cui si basano certi discorsi sulla "società dell'informazione",
sulla "società della conoscenza", sulla "società della comunicazione" e così
via1. Che molti di
questi discorsi siano almeno in parte retorici lo dimostrano i toni tanto vaghi
quanto enfatici con cui queste perifrasi entrano nei proclami (più che nei
progetti) dei pianificatori sociali. Non è cambiato molto tra il 1971, anno in
cui il Japan computer usage development institute varava il suo Piano per la
società dell'informazione: un obiettivo nazionale verso l'anno 2000, e il
1996, quando la Commissione europea ha dato alle stampe (e alla rete) il libro
bianco sull'educazione e la formazione Teaching and learning. toward the
learning society. In entrambi i casi l'avvento della società
dell'informazione rappresenta una delle sfide a cui rispondere con la società
della conoscenza (nel nostro caso con l'Europa della conoscenza o, secondo una
lettura più prosaica, con il mercato europeo delle competenze).
Si tratta di
una vulgata abbastanza semplificata che non rende giustizia all'ampio dibattito
sul post-industrialismo (dai lavori di Daniel Bell e Alain Touraine a quelli più
recenti di Jeremy Rifkin2) e secondo la
quale le nuove tecnologie avrebbero contribuito in modo decisivo al passaggio da
un modello di società ed economia basate sulla proprietà e sullo scambio di beni
e prodotti a uno in cui sarebbe divenuto fondamentale lo scambio di informazioni
e conoscenze. E in cui alla fine (nella versione di Rifkin) non conterebbe più
nemmeno la proprietà di queste ultime, quanto la possibilità di avervi accesso
(non a caso il libro bianco sottolinea in ogni modo che per divenire
«impiegabili» i futuri cittadini europei dovranno avere «accesso
all'informazione e alle conoscenze»).
Centrale in tutti questi discorsi è una certa idea di comunicazione, cioè di
accesso, e, per converso, di non comunicazione, cioè di privacy. E' chiaro che
in questo senso l'idea di privacy è mutata col passare del tempo: ai suoi
albori, nel 1928, gli americani Samuel Warren e Louis Brandeis la definivano «il
diritto dell'individuo a essere lasciato in pace» (quasi le stesse parole con
cui il pur recentissimo e ipertecnologico Enemy of the State sancisce la
vittoria di Will Smith e Gene Hackman contro un'orwelliana multinazionale delle
nuove tecnologie); cinquant'anni dopo, nel 1978, il Comitato Lindop istituito
dal governo britannico per studiare la protezione dei dati sosteneva che la
privacy riguardava invece «il diritto dell'individuo a controllare la
circolazione dei dati che lo riguardano».
"Essere lasciato in pace"
versus "controllo sulla circolazione dei dati". Da un'idea di privacy
legata alla salvaguardia della sfera privata contro l'invadenza del pubblico si
è passati dunque a una concezione legata essenzialmente al controllo della
comunicazione e della non comunicazione. Non che questa nuova versione della
privacy scalzi del tutto la precedente: entrambe sopravvivono, per esempio,
nell'articolo 8 della neonata Carta dei diritti fondamentali dell'Unione
europea, e anzi si potrebbe avanzare l'ipotesi che la prima, maggiormente legata
alla questione dei diritti inalienabili dell'individuo (primo fra tutti quello
alla proprietà), risulti decisiva per sorreggere e far funzionare la seconda,
considerevolmente più market-oriented. E tuttavia in questa combinazione
la posta in gioco è alta, perché il modo di vedere la privacy rispecchia un
certo modo di vedere la comunicazione.
Tant'è che, se in entrambi i casi è in questione una discontinuità nella
comunicazione, mentre nel primo l'enfasi viene posta sul non detto (su quello
cioè verso cui è dovuta una certa riservatezza), nel secondo è tutta una
questione di controllo. In altre parole: l'informazione è sempre circolata anche
al di fuori del controllo dei singoli soggetti. Solo che tra il pettegolezzo di
ieri e le Trpi, cioè le Telecommunication-related personal informations, di oggi
(quelle informazioni che le aziende acquisiscono automaticamente ogni volta che
stabiliamo una qualche relazione contrattuale on line) non è cambiata soltanto
la quantità e la pervasività del gossip.
E' mutato anche il nostro
modo di rapportarci alla non comunicazione. Quella che ieri era soltanto una
richiesta di rispetto per la sfera più intima, oggi cerchiamo di tradurlo in un
vantaggio sul mercato delle conoscenze. Se la comunicazione, cioè la possibilità
di accesso, è la base di questo mercato, la privacy, cioè il divieto d'accesso,
non sarà più solo una questione di riservatezza, ma anche, forse soprattutto, di
marketing.
2.
Accendiamo il computer. Dopo tutto, come hanno osservato Manuel
Castells e Zygmunt Bauman3, le metafore
della rete e del flusso (potremmo dire della circolazione) sono centrali nelle
retoriche della società della conoscenza e la rete per antonomasia oggi è quella
di Internet. Così l'esperienza di chi naviga in rete può aiutarci a capire in
che senso la privacy è oggi propriamente controllo del flusso: divieto d'accesso
o accesso controllato. Colleghiamoci a un sito e scarichiamo un programma. Sono
sempre in questione le modalità di comunicazione e non comunicazione e,
soprattutto, le possibilità di controllarle: «ai sensi della Legge 675/96,
autorizzo ... a trattare i dati da me sopra riportati per le attività di
comunicazione, diffusione e utilizzo interne all'azienda (ad esempio: rapporti,
analisi, statistiche, ecc) così come per la comunicazione, diffusione e
realizzazione di tutte le sue attività di promozione dei propri prodotti (ad
esempio: fiere, seminari, dimostrazioni, mailing, telemarketing,
teleprospecting, ecc). In ogni momento, a norma dell'articolo 13 Legge 675/96,
potrò avere accesso ai miei dati, chiederne la modifica o la cancellazione
oppure oppormi al loro utilizzo...». Non si tratta di escludere questo o quello
dal flusso delle informazioni, ma di negoziarne le modalità di circolazione.
Dopo tutto un'economia dell'informazione e delle conoscenze non potrebbe
funzionare se queste ultime fossero distribuite uniformemente.
Per poter
circolare (perché la possibilità di accedervi possa valere qualcosa) deve
esserci una discontinuità. Devono esserci sapere e non sapere. Basta pensare
all'importanza strategica delle cosiddette informazioni riservate e ai vincoli
alla segretezza imposti dalle aziende ai propri dipendenti (come ben sanno
Russel Crowe e Al Pacino in Insider a proposito di una grande
multinazionale del tabacco). Ecco uno di quei segreti della società della
conoscenza che i "segreti" delle retoriche della società dell'informazione
riescono a far passare sotto silenzio: paradossalmente la società della
conoscenza è di quelle che, riprendendo le parole di Paolo Fabbri, funzionano "a
segreto", proprio come un motore funziona a benzina o gasolio4.
La comunicazione non sarebbe infatti caratterizzata dall'imperativo a
chiarire le zone d'ombra, ma, al contrario, muove dal segreto e vi fa sempre
ritorno. Se il segreto si consuma, finisce la benzina. Il punto importante è che
però si tratta di un segreto controllato: non è un tabù, un segreto inviolabile,
ma piuttosto quello che lo stesso Fabbri ha chiamato segreto tattico. In altre
parole quel che conta non è ciò che è segreto (e che quindi, pur facendo
funzionare la comunicazione, tenderebbe comunque a venire gradualmente
cancellato), ma il carattere strategico del non sapere, il fatto che
l'informazione segreta continua a spostarsi (a venire spostata) come un segreto
di Pulcinella. Mai troppo nascosto e (almeno potenzialmente) noto o conoscibile
a tutti, il segreto tattico sfugge grazie a questo o a quel trucco. Per esempio:
torniamo al computer e cerchiamo informazioni su un volo. Clicchiamo e compare
una finestra di dialogo contrassegnata da un lucchetto: «Si stanno per
visualizzare delle pagine su una connessione protetta. Le informazioni scambiate
con questo sito non possono essere utilizzate da altri utenti del web». Che cosa
sta accadendo? Secondo la guida in linea di Internet Explorer «si sta tentando
di stabilire una connessione protetta con un sito web. Questo sito web fornisce
una comunicazione protetta e dispone di un certificato valido. Comunicazione
protetta significa che le informazioni inviate al sito, quali il nome o il
numero di carta di credito, sono crittografate in modo da non poter essere lette
o intercettate da altre persone».
Ecco un caso di segreto tattico: nei
metodi di crittografia e decrittazione non è mai in gioco la possibilità di
svelare una volta per tutte l'informazione nascosta (la trasparenza assoluta) o
di nasconderla per sempre (la crittografia perfetta), ma solo il tempo del suo
dilazionamento, cioè le strategie contrapposte per favorirne o limitarne il
controllo e la circolazione.
3.
Il segreto della società della conoscenza è dunque che funziona
a segreto. E il "segreto" delle sue retoriche è che non bisogna dirlo troppo in
giro. Silenzio strategico, divieto d'accesso ottenuto mediante dissimulazione,
la privacy sarebbe dunque il diritto all'autodeterminazione informativa,
all'oblio controllato (per esempio, nel caso di informazioni ormai datate), alla
non comunicazione sorvegliata, tanto in uscita (nel senso di una limitata
circolazione delle proprie informazioni) che in entrata (nel senso di un
rigoroso vaglio delle comunicazioni che si desideri o meno ricevere).
In
tutte le sue sfaccettature la non comunicazione sarebbe dunque essenziale alla
comunicazione, ma nella forma prevalente di un più di controllo, spesso di
autocontrollo. A prescindere dalle necessarie valutazioni di tipo giuridico (che
peraltro, in merito alle questioni della privacy, possono avere anche il fine,
come osserva Stefano Rodotà, di ampliare le possibilità di azione autonoma da
parte dei soggetti5), si può però
rilevare che il tutto si complica proprio intorno alla questione del controllo e
dell'autocontrollo. Sono in molti infatti ad aver segnalato il rischio che la
società della conoscenza finisca per trasformarsi in una società del controllo e
della sorveglianza.
Non è un caso che chi come David Lyon aveva scritto uno dei primi testi sulla
società dell'informazione6 abbia poi
avvertito il bisogno di lavorare sul tema della privacy e della filosofia della
sorveglianza7. Solo che il
controllo non è soltanto quello del potere esterno a noi, ma anche quello che
abbiamo introiettato attraverso le pratiche e che si manifesta per esempio
nell'autocontrollo. Lyon e altri hanno ripreso a questo proposito il tema
foucaultiano del panopticon, struttura di potere onnipresente e inafferrabile
che si basa in ultima analisi sulle pratiche di auto-osservazione da parte dei
singoli soggetti.
La privacy, ancor più nella sua versione aggiornata di non
comunicazione come autocontrollo sulla circolazione dei propri dati, sembra
davvero un ambito privilegiato per il funzionamento di queste pratiche del
panopticon. E dunque l'effetto del segreto, almeno di quello tattico, sembra
essere un aumento della trasparenza. Fino al blocco della comunicazione.
4.
Ci servirebbe allora una non comunicazione che non sia un più
di controllo. Per esempio, una non comunicazione come quella che è stata
teorizzata e praticata da uno dei padri (in realtà non troppo ascoltati) delle
odierne teorie della comunicazione (e anche di molte delle parole che circolano
nelle retoriche della società della conoscenza, da "apprendere ad apprendere" a
"flessibilità"), e cioè Gregory Bateson. Per Bateson l'informazione e la
comunicazione richiedono una componente di non comunicazione e di non sapere
(Bateson la chiamava il sacro o, meglio, la segretezza) che però hanno i tratti
paradossali della non padronanza. E' appunto questo elemento opaco, non
controllabile, che garantisce secondo Bateson la flessibilità di un sistema di
parti comunicanti.
Per spiegarsi Gregory Bateson ricorreva a una serie di
esempi che, non a caso, non corrispondono alla nostra idea tradizionale di
chiarezza e comunicazione efficace. Uno dei suoi preferiti era quello delle
disavventure dell'antropologo Sol Tax con un gruppo di indiani americani nei
dintorni di Iowa City. Alcuni rituali di questi indiani prevedevano infatti
l'impiego del peyote (pianta allucinogena) e per questo la chiesa indigena si
trovava sotto accusa. Sol Tax aveva avuto l'idea di filmare la cerimonia per
testimoniarne il carattere religioso, ma gli indiani si erano opposti e avevano
preferito correre il rischio di non poter mai più pregare, piuttosto che pregare
sotto l'occhio delle cineprese.
Ecco, spiegava Bateson, la storia di Sol Tax ha molto da insegnare sui
margini di segretezza che non possiamo controllare. Sulla non comunicazione che
si sottrae alla regolamentazione dei flussi. Che questa segretezza non sia
affatto facile da praticare lo può dimostrare il fatto che la stessa figlia di
Bateson (e coautrice con lui di Dove gli angeli esitano, il libro in cui
Bateson ha più scritto di segretezza e dintorni8) lo prendeva in
giro prospettandogli un futuro di addetto stampa al Pentagono. Ma, obietta
Bateson, il punto è proprio questo: segretezza non deve voler dire controllo.
Non a caso invece di fare la morale della storiella di Sol Tax (di
esplicitarne, cioè controllarne, il contenuto nascosto, il segreto) Bateson la
infila in una serie di altre storielle sulla non comunicazione. Dal loro
accostamento emergeva, secondo Bateson, in maniera non padroneggiata, né
padroneggiabile, il modo di questa non-comunicazione.
5.
Una delle storie che Bateson accostava volentieri a quella di
Sol Tax era quella biblica di Giobbe, il quale voleva a tutti i costi difendere
la propria privacy: voleva essere lasciato in pace. Per questo Giobbe si
arrabbia con Dio. Ma Dio gli chiede conto di un segreto: «Lo sai tu, Giobbe,
quando figliano le camozze?». Non che Giobbe debba trasformarsi in uno studioso
delle camozze. Significherebbe ancora una volta pretendere di controllare il
segreto. Giobbe deve ammettere la possibilità di non sapere proprio nulla né
delle camozze, né del loro segreto.
Il segreto di Giobbe è mobile come
quello di Pulcinella, ma, a differenza di quest'ultimo, non è soltanto una
questione di strategia. Opera di nascosto, ma senza saperlo fino in fondo.
Sfugge al controllo e così facendo è una non comunicazione che riesce a non
bloccare la comunicazione. Anzi a favorirla. Non che Giobbe escluda Pulcinella.
Si limita a sospendere di tanto in tanto l'efficacia dei suoi trucchi. E a
evitare così che, navigando in rete o circolando nei liberi spazi della società
della conoscenza, i nostri segreti diventino troppo auto-controllati e così,
paradossalmente, troppo trasparenti. Che i segreti di Pulcinella e di Giobbe
diventino cioè troppo simili a quelli del Grande Fratello.
Note
1 Sulle retoriche della società della conoscenza cfr le sezioni monografiche dedicate dalla rivista "aut aut" a "L'università in questione" e a "L'Europa e le sue retoriche" rispettivamente sui numeri 296-297 (marzo-giugno 2000) e 299-300 (settembre-ottobre 2000).
2 D. Bell, The coming of postindustrial society: a venture in social forecasting, Penguin, Harmondsworth, 1974; A. Touraine, La società post-industriale, Il Mulino, Bologna, 1970; J. Rifkin, L'era dell'accesso, Mondadori, Milano, 2000.
3 M. Castells, The information age: economy, society and culture, Blackwell, Oxford, 1998; Z. Bauman, La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli, Milano, 2000.
4 P. Fabbri, Elogio di Babele, Meltemi, Roma, 2000.
5 S. Rodotà, Tecnopolitica, Laterza, Roma-Bari, 1997; S. Rodotà, Repertorio di fine secolo, Laterza, Roma-Bari, 1999.
6 D. Lyon, La società dell'informazione, Il Mulino, Bologna, 1991.
7 D. Lyon, L'occhio elettronico, Feltrinelli, Milano, 1997.
8 G. Bateson, M.C. Bateson, Dove gli angeli esitano, Adelphi, Milano, 1989.