Floriano De Santi

"Bitstreams": è a Manhattan
l'ultima frontiera dell'arte digitale

La mostra che il Whitney Museum di New York ha dedicato all'arte nell'era del digitale ci fa comprendere quanto le nuove tecnologie rendano più accessibile la praticabilità delle tecniche espressive. Ne deriva quella sensazione di facilità e scorrevolezza propria dei linguaggi artistici del mondo d'oggi. Il digitale ha pervaso ogni forma d'arte, senza tuttavia trasformarsi in qualcosa di specifico.

Come ci si presenta l'arte nella cosiddetta epoca digitale, in che modo si avvicina al nostro sentire? E quali sviluppi essa indica rispetto a un percorso di innovazioni e di linguaggi sperimentali e d'avanguardia, gli stessi che hanno contraddistinto e fortissimamente segnato un largo tratto della nostra modernità?
Sono domande che si ripropongono ogni volta che qualche pittore, o scultore, abbandona le vecchie pratiche e mette in un canto i materiali tradizionali. Momenti di interrogazione e riflessioni, non soltanto sui massimi sistemi dell'estetica ma intorno ai caratteri concreti e diretti delle singole elaborazioni. Insomma, pare non sia più sufficiente concedere spazio alla in fondo tautologica esplicazione che viviamo nell'epoca del digitale e delle nuove tecnologie. Onde, di conseguenza, anche i linguaggi artistici debbono conformarsi alle inevitabili innovazioni.
Il che è evidente, cioè appunto tautologico e scontato. Ma non si arriva con ciò stesso a spiegare e a motivare ogni cosa. Così tutte le volte - nell'occasione di un convegno, di una mostra, di una grande e corposa videoinstallazione, che invariabilmente desta scandalo, e anche acritica accettazione - si ricomincia da capo. E invariabilmente ci si torna a interrogare sul senso reale di quanto ormai sta avvenendo, anche nel mondo delle arti pittoriche e plastiche (le sole, occorre ricordarlo, che nell'ambito dei settori e linguaggi creativi non abbiano creato opposizione all'avanzare della modernità; a differenza invece di quanto è avvenuto con la letteratura, con la filosofia, in parte con la musica).

L'ultima occasione per qualche approfondimento di tono e spessore non banali ci viene adesso da una mostra newyorchese intitolata Bitstreams, allestita al Whitney Museum, mostra curata da Lawrence Rinder in collaborazione con un'esperta delle risonanze del digitale nella sperimentazione del suono, Debra Singer. La rassegna allinea le opere di artisti che si servono del digitale. Si può stilare (e in fatto lo faremo più avanti, non foss'altro che per ragioni di conoscenza e curiosità) un elenco degli artisti chiamati a questo appuntamento. Tuttavia, forse, il primo punto da evidenziare - la prima pressante questione che ci viene incontro - è proprio il fatto che in fondo non riveste eccessiva importanza la nominatività o meglio l'autorialità dei singoli pezzi ed eventi capitati per l'occasione, e presentati con la ostentata consapevolezza di una provocazione che ad alcuni ha fatto pensare alle mitiche sedute di Dada.
Un critico ha annotato nell'occhiello di un articolo con il quale commentava l'esposizione che una volta era abituale registrare, in presenza delle piccole o grandi rassegne anche d'avanguardia e delle sempre incessanti novità nell'ambito della strumentazione espressiva ed estetica, espressioni come: tutto questo lo potrebbe fare anche mio figlio (il che era detto con la speranza che, cresciuto, il monello dotato di bella fantasia potesse trasformarsi in artista, e nella consapevolezza che in fondo lo sarebbe potuto davvero diventare data la praticabilità delle tecniche). Ma il discorso si è mutato adesso in: questo lo può costruire il mio computer.

Si tratta di una affermazione nella quale - presumo - si raccoglie il senso comune della facilità e scorrevolezza dei linguaggi artistici nel mondo d'oggi, in contrapposizione a un passato di immense, titaniche capacità manuali e pratiche soltanto affidate a un individuo. Sempre in quel senso comune, passa l'idea di una metamorfosi della figura dell'artista e della sua riduzione a una oggettività e fattività garantite, stavolta, non più dall'estro soggettivo ma all'incontrario dalla tecnica.
Un secondo punto, sempre segnalato da un critico attivo nella Grande Mela, per la precisione Tim Griffin (The end of the beginning, in "Time Out New York"), si lega alle possibilità di determinazione del termine "digitale". Rimuginando e rimescolando i molti interrogativi sollevati dalla mostra in sede tanto informativa e sociale quanto ascetica, Griffin chiama in causa la definizione della poesia data da uno scrittore di versi, Kenneth Koch: «Non si può rivestire o lambire un poema. Non lo si può acquistare e indi attaccare su di una parete. Non lo si può agghindare o mascherare e con questo raggiungerlo nella sua materiale concretezza».
Una cosa simile accadrebbe con i media della digitalità, nel senso di qualcosa che inevitabilmente elude la presa soggettiva. Non trattandosi di un oggetto e neppure di un evento, o di una sorta di new geometry nel quale si traccino e delimitino linee, oppure dove corrano dei confini riconoscibili. Ma tuttavia essendo questione di forma, di una modalità che si è venuta proponendo in questi ultimi decenni e in fatto infiltrando in tutti i generi e linguaggi, dalla pittura alla fotografia sino alla musica pop (si pensi allo screen del computer su cui si tracciano note), non modificandosi di per sé ma divenendo determinante per ogni statuto di mutabilità e di cambiamento.

Sorprendente e ambiguo cavallo di Troia introdottosi nella cittadella della razionalità umanistica e dell'arte ispirata alla soggettività, il digitale ha poco alla volta sovvertito gran parte degli ordini e degli stili prefigurati concorrendo a far invecchiare in un colpo le numerose tecniche ed espressioni formali, anche d'avanguardia. Nondimeno - ed è questo il punto contraddittorio, o almeno ancora irrisolto a un riguardo teorico - non si è venuto tramutando in qualcosa che infine non sia la pittura, quadro fotografico o evenienza comunque artistica. Tanto che in fondo si presenta come la poetica della più avanzata modernità in grado di sovvertire strutturalmente le forme e i generi dell'arte plastica e della visione, anche cinematografica, senza ancora sostituirli. La sua forza sta insomma come si userebbe dire nel limite stesso con cui si presenta: essere cioè un qualcosa che noi non vediamo, di cui dunque non possiamo dettare a tutti gli effetti uno statuto formale ma che ci costringe a vedere le cose in un modo radicalmente diverso.
Il che conferirebbe ai media del digitale un potere poetico che è quasi una contraddizione in termini, giacché verrebbe logico togliere di mezzo ogni cosa che si richiami all'aura lirica e artistica, quasi per una questione di principio. Un potere dotato di un'aura e una vertigine emozionale, forse anche onirica e pulsionale, sulla quale crescono universi al tatto e alla vista completamente tecnologici, e tuttavia impercettibilmente aperti al sogno e all'immateriale, al metafisico e all'indeterminato.

Il curatore della mostra, Lawrence Rinder, scrive dal canto suo nel breve testo introduttivo del catalogo che giusto le tecnologie digitali hanno oggigiorno ottenuto la possibilità di raggiungere le infinite gradazioni e sfumature del cosiddetto "irreale", dato, ad esempio, il numero altissimo di colori che il computer può cogliere e restituire (calcolati a sedici milioni); dato soprattutto il controllo su emozioni e sensazioni che tuttavia sfuggono incessantemente e che dunque riflettono quel senso di realtà che ha invaso e che sta determinando tutto il campo dell'esperienza nel contatto giornaliero e anche espressivo con le pratiche digitali.
Il virtuale e il reale si danno dunque la mano nell'atto di edificare e prospettare un qualche oggetto estetico per il mezzo della tecnologia digitale. La costruzione è asimmetrica - per così dire - o non razionale e ordinata come potrebbe sembrare. Da una forma razionale si occasiona infatti e poi si incapsula un evento, che si è indotti a considerare lontano e sfuggente in ragione del risultato artistico. Tuttavia, una volta testificata e accertata, quella stessa "realtà virtuale" sostitutiva della realtà giornaliera rimanda all'intorno un intrico di alonature e suggestioni, di ombre e sedimentazioni e flussi (come suggerisce il titolo stesso dell'esposizione da cui si originano le nostre considerazioni), che alla fine sommuovono e occupano, scompaginano e devastano e sfilacciano - e nel profondo metamorfosano ed estraniano - gli umori e gli stati tanto psicologici che emozionali.

Numerosi nel caso newyorchese i sensali dell'operazione, i mediatori e i costruttori estetici ormai catturati dalle competenze tecnologiche. C'è innanzitutto Robert Lazzarini, che è una specie di astro fulgente della new sculpture. Poi Inez van Lamsweerde, di origine e nascita olandese ma operante e residente a New York; Lutz Bacher, invischiata nella tortuosissima ricerca dei modi attraverso i quali le persone pervengono a identificarsi e a chiarire la loro soggettività nel mondo: a rivelare infine se stessi al mondo. Poi Jeremy Blake (Station to station, 2000-2001), il quale esplora le esperienze di tempo, spazio, lavoro e urbanizzazione, viaggio e architettura nella sfera della nostra contemporaneità.
Ecco ancora le installazioni di Jordan Crandall, basate su una mezza dozzina di segmentazioni videali; poi, le registrazioni a viva voce dal fronte di guerra della Bosnia e del Kosovo, già trasmesse per radio (Excerpt from "War! Serbia vs. United States", 1999); una performance artistica e vocale giostrata su video-installazione, dove il ritmo e la complessità dell'elettronica con tanto di effetti percussivi si fondono con un'ondulazione di cadenze dal sapore vagamente ipnotico, in grado di congiungere e contaminare il moderno con l'antico (Sussan Deyhim, Excerpt from "Soliloquy", 1999-2000).
Altri nomi ed esperimenti: quelli di Carl Fudge, di Leah Gilliam o di Arthur Jafa; le fotografie "interiori" di Craig Kalpakjian, buchi neri tra sorgenti luminose e tracce architettoniche; l'ecosistema di John Klima; gli incroci tra organico e digitale nelle immaginifiche scritture sonore di Ikue Mori (The Peony Lantern, 2000); le composizioni murali di Warren Neidich; gli assemblages musicali improvvisati da Andrea Parkins, sempre col sussidio del digitale. Questo per dire di progetti ed esperienze assai differenti tra loro, ma in grado di coprire e organizzare una vasta gamma di ricerche ed elaborazioni formali.

Paul Pfeiffer, vincitore della prima edizione del Premio Bucksbaum sempre al Whitney Museum, è rappresentato dal suo celebre e celebratissimo video d'animazione John 3 : 16, sorta di gioco ipnotico su un momento del basket. Ma presenta anche una novità, Prologue to the Story of the Birth of Freedom, un video a doppio schermo che suggerisce l'idea di un obiettivo indefessamente programmato ma altrettanto inevitabilmente spostantesi e sfuggente. Qui si opera sul versante dell'opera circoscritta e tangibile, in ogni caso evidente a chiunque si rechi in visita alla mostra.
Viceversa in molti altri casi l'effetto è trasportato sul suono: Matmos, Marina Rosenfeld, altri trenta loro colleghi esemplificano una tendenza che ha alterato i modi e gli stessi caratteri della produzione musicale, modificandone ovviamente anche la qualità e la stessa ricezione. Si tratta di esperienze sonore di incredibile flessibilità, che hanno guidato alla definizione di una creatività non-lineare e non-narrativa, con recuperi di musica popolare e antropologica tramite cui sono stati esplorati i precordi, le radici, il preesistente e il sotterraneo utilizzando ampiamente una forma di digitalità integrata a effetti di percezione e di identità con moduli innovanti o comunque mai sondati di autentica comunicazione interiore. Una strategia tutto sommato di riappropriazione del sé nel quadro della storia musicale del ventesimo secolo. Legata all'immediatezza, al sostrato naturale ma nel suo modo ricca di illustri antecedenti giusto nell'ambito della musica, dai postulati di John Cage alla francese musique concrète inventata e propagandata da Pierre Schaeffer.

Dicevamo sopra di Robert Lazzarini, nato nel New Jersey nel 1965 e attualmente operante in quel di New York. Autore di sculture che perseguono una sorta di esplorazione di oggetti tridimensionali nondimeno plasmati in composte e rifinite distorsioni che oscillano avvedutamente tra l'una e l'altra dimensione, tra l'immagine e l'oggetto. Con un effetto di spazialità spiazzata, per così dire: di espansioni e contrazioni che suggeriscono qualcosa al tempo stesso di mobile e di statico.
Servendosi di un aggancio ai contesti della natura morta, il trentaseienne Lazzarini fissa e sigla relazioni tra il senso della distorsione e il carattere e sentimento di morte, meglio tra un oggetto tecnologicamente e digitalmente definito e il memento mori. Così le sue sculture danno come l'idea di un collasso e ugualmente dell'anamorfosi, ovvero di una accelerata e corretta prospettiva grazie alla quale gli oggetti artistici divengono il prolungamento e la proiezione delle radici sotterranee e terragne.
L'interesse di Lazzarini si svolge evidentemente nella direzione dell'archetipo, va verso qualcosa che è simultaneamente in ogni posto ma che anche non è, oppure non è in nessun luogo delimitato e preciso. Il richiamo agli oggetti si significa in lui nel modificarsi incessante del mondo fisico - e degli oggetti stessi al loro interno - ma il risultato del cambiamento, la sua percezione, sono attribuibili alle implicazioni inerenti alla nuova dimensione virtuale. In quelle sculture, che egli stesso ha voluto definire i mostri di una cosa originale, l'influenza del digitale è quella stessa che mette in piena evidenza la capacità e la volontà di scoprire noi stessi, di metterci al confronto con le nuove iconografie, di ragionare sui nuovi orizzonti e le più inedite e impensabili prospettive.

Per questo è vero - come noi poco sopra abbiamo voluto rimarcare, come anche Rinder accenna nel proprio testo d'apertura al catalogo - che risulta difficile, o continua a essere difficile, l'atto del categorizzare in termini estetici probanti o almeno coerenti quel carattere di assoluta innovatività che il digitale ha tradotto nel campo della scultura e dei video, della musica come del cinema e della pittura. I termini tuttora impiegati sono improvvisati e per nulla sufficienti: nient'affatto adeguati a dire le grandi novità che oggi tutti viviamo. Ancora inconsapevoli, ma in ogni caso avvertiti, almeno a livello psicologico e quotidiano, della estrema pervasività della tecnologie digitali in ogni settore dell'esperienza e della vita.
Ma il quadro prospettato dalla mostra è comunque più ricco di quanto non emerga dalle intenzioni e preoccupazioni estetico-filosofiche. Intanto appare molto differenziata la strumentazione tecnologica a seconda delle poetiche e delle personalità. Carl Fudge, ad esempio, che presenta un Untitled datato al 1993-2000 e una suite di quattro Rhapsody Spray del 2000, fa un uso mirato alla definizione del colore e della composizione prima di un recupero di modi tradizionali che si volgano all'opera definitiva. La sua Rhapsody Spray 1 si fa notare per la magica e aurata delicatezza dei rosati e dei viola, trasponendo le storie del nipponico Sailor Chibi Moon, decorative e sfrangiatamente sfumanti, in una sorta di quadro astratto in grado di produrre variazioni cromatiche; in Untitled viene reso omaggio alla Resurrezione di Albrecht Dürer e anche in questo caso si ha una trasformazione che intende essere significativa: quel che Dürer avrebbe fatto, con la sua predilezione per le forme nascoste e non sempre visibili all'occhio, se avesse potuto fare esperienza del mezzo digitale.

Il principio di selezione dei dati raccolti, di una loro essenzializzazione, è presente anche in John F. Simon Jr, il quale riflette e predica i principi dell'astrattismo novecentesco e moderno. «I miei eroi sono Mondrian e Paul Klee», ha dichiarato. Klee ha descritto linee e forze in movimento. La sua idea di linea era in fondo porre se stesso - le proprie pulsioni corporee e intellettive - dentro i processi dinamici della visione. Gli stessi suoi scritti, per Simon Jr, è come se partissero dalle condizioni del software. Mettendo tutto dunque al computer, si vede come ogni possibile linguaggio divenga alla fine più fluido. Tanto che ogni variazione e modifica che si possa scegliere diventa un soggetto di espansione. Insomma, l'uso di programmi ai computer serve non già al mero immagazzinamento o alla trasmissione di dati ma invece a sviluppare moduli e schemi che poi si liberano e prolungano indefinitamente (come si vede nel molto astratteggiante Color Panel v1.5, del 1999-2001).
C'è insomma una trasmigrazione di modelli, che porta a vagliare uno spettro di aspetti simbolici e formali utili all'interpretazione di un periodo e di un passaggio culturale. Non è dunque chiuso il rapporto con il passato. Un'elaborazione che rimemora esplicitamente il surrealismo di Magritte è patente in Inez van Lamsweerde, la cui fotografia, intitolata Me Kissing Vinoodh (Passionately), si presenta come un pannello monumentale che la mostra mentre bacia con passione il suo ragazzo, o meglio il suo profilo, la sua ombra. Non si tratta come si potrebbe pensare di una rappresentazione pacificata e sentimentale, ma il fatto del trattamento digitale fa emergere distorsioni e perturbanti, per così dire, intervenenti sulle forme dalla visione.

Anche Diana Thater (vedasi Six-color video wall, 2000) utilizza il meccanismo della digitalità per imperlare la superficie delle sue foto con riflessi di sole che configurano lo spazio di un'esplorazione analitica dei raccordi tra le luci dei video e le loro origini nei primordi del sistema solare. Fa ciò trasformando tre serie di immagini della Nasa, riprese con filtri verdi, rossi e blu, in tre sequenze animate del sole in movimento. Il tutto mediante le regole e le possibilità della mediazione tecnologica. Vige anche in questo caso una sorta di principio di metamorfosi, o di interazione, tra scienza e arte e poi di tecnica ed espressività.
C'è poi Warren Neidich che, se privilegia la fotografia, lo fa guardando alla dimensione urbana. Ecco allora le immagini di una facciata di edificio nella moderna Los Angeles, anche con riprese delle strade dall'alto. La scelta è fatta in ordine a una nuova schedatura e mappatura del territorio e dello spazio anche visivo raccolti in una sequenza digitale di 4 foto (Remapping 2). E con un richiamo esplicito al ruolo svolto dai costruttivisti russi, dai dadaisti e in precedenza dai pionieri della fotografia negli Usa, nella seconda metà dell'Ottocento.
Molti altri artisti privilegiano invece le installazioni: Arthur Jafa (la sua furia combina l'imagerie digitale con sculture e fotografie); Leah Gilliam, la quale, servendosi del computer e lavorando su un film di culto come Battle for the Planet of the Apes recupera una dimensione arcaica e ancestrale; Jordan Crandall, che presenta sei segmenti videali decisamente inquietanti ma contemporaneamente debitori nei riguardi dello spettro più vasto delle moderne tecnologie. Senza tuttavia dimenticare la realtà tanto che il suo Heatseeking (1999-2000) ricorda, come è stato detto, gli strumenti impiegati dalla polizia di frontiera per prevenire l'immigrazione illegale dal Messico agli States. Che è anche un modo, a detta dell'autore, per resistere alla dimensione invasiva delle nuove e nuovissime tecnologie.