Luigi Dell'Aglio

Duecento milioni di telespettatori
hanno già scelto, pagando, la libertà

La pay tv e la pay per view stanno trasformando radicalmente il rapporto tra il sistema televisivo e i suoi spettatori, ponendo questi ultimi in primo piano. In un futuro molto prossimo, chiunque sarà libero di vedere quello che vuole, nel momento che preferisce, dove e come desidera. Così il pubblico, da suddito passivo, sta diventando protagonista attivo del mondo mediatico. Ecco in che modo.

La grande palingenesi (non solo tecnologica) della televisione è già cominciata, in tutto il mondo. La pay tv sta modificando profondamente il rapporto tra la televisione, in generale, e i suoi utenti. Sono il segno di un cambiamento più profondo di quanto si creda, le antenne paraboliche che spuntano sui balconi e in cima ai palazzi. La tv si trova in mezzo al guado di un travolgente processo di trasformazione. Il traguardo finale si staglia nettamente: l'incoronazione del Telespettatore Re. Un giorno, non lontano, il pubblico potrà esercitare la pienezza dei suoi poteri; non dovrà più sottostare alle scelte e agli orari imposti dall'emittente; potrà vedere "ciò che vuole, quando, dove e come vuole". La tv degli ultimi cinquanta anni è alle spalle, la tv del futuro non è lontana, ma quella ora in corso è una fase di passaggio fortemente emblematica ed è dominata proprio dalla tv a pagamento. Lungo il percorso dell'era televisiva, la pay tv è come un dosso che permette di intravedere i prossimi sviluppi dei "media". Si diffonderà a ritmo sostenuto, in quanto tutta la televisione del mondo sta passando al digitale. Tenendo conto che a ogni abbonamento corrispondono quattro telespettatori all'incirca, si calcola che la pay tv abbia quattordici milioni di seguaci in Italia, fra sessanta e ottanta in Europa e quasi altrettanto negli Stati Uniti. Questo significa che in tutto il mondo sono quasi duecento milioni gli spettatori che hanno già scelto la telelibertà.

In Italia, gli abbonati (regolari) sono già due milioni 570.000: cresce la schiera di quanti non si riconoscono più nel ruolo di telespettatore passivo e perciò optano per la pay tv e la pay per view. Il piacere di poter scegliere un programma, e di vederlo quando si vuole, è così forte e diffuso che, attorno alla televisione a pagamento, è anche cresciuto un robusto mercato pirata; secondo i calcoli più attendibili, sono state falsificate non meno di un milione di smart card (le schede per accedere alla "nuova tv"). Perciò le case italiane servite dalla pay sono in realtà tre milioni 600.000.
In Europa, il numero dei telespettatori conquistati dalla tv digitale oscilla tra i sessanta e gli ottanta milioni. L'incertezza deriva dal fatto che le stime divergono. Secondo un'indagine della Baskerville communications, gli abbonati europei sono circa 15 milioni (ed è così che, traducendo questa cifra in numero di telespettatori, si arriva all'ipotesi di circa sessanta milioni di utenti). Ma stime concorrenti, fra l'altro aggiornate al 2001, valutano in diciotto-venti milioni le abitazioni europee servite dalla pay tv (che equivarrebbero perciò ai settantadue - ottanta milioni di telespettatori). Negli Stati Uniti - dove va forte la casa cablata, specie nelle aree metropolitane - la televisione a pagamento ha fatto proseliti fra gli oltre cinquantasei milioni di famiglie che vedono la tv via cavo e spendono volentieri per un incontro di wrestling (la lotta libera americana). E Rupert Murdoch, il magnate australiano sul cui impero televisivo non tramonta mai il sole, ha già messo gli occhi sul mercato televisivo della Cina. Le premesse sono buone: in ottanta milioni di case cinesi esiste già un sistema multicanale via cavo.
Secondo la Goldman Sachs, fonte più che attendibile, nel 2005 gli abbonati alla tv numerica ammonteranno in tutto il mondo a 221 milioni, che (se si applica la regola del quattro per uno) equivarrebbero a quasi un miliardo di telespettatori. In Europa la pay tv va già ora a gonfie vele, e in alcuni paesi "vola" addirittura. In ventuno mesi, dalla fine del 1998 al settembre del 2000, la Baskerville communications aveva rilevato un balzo in avanti del 71% nel numero delle utenze.

Per capire come competono fra loro i vari paesi, conviene seguire la graduatoria Baskerville. E' indiscutibile il primo posto della Gran Bretagna: sei milioni e mezzo di abitazioni collegate con la pay tv ; di queste utenze, quattro milioni 950.000 appartengono alla BSkyB, la società di Murdoch (che, in Europa, conta quasi dieci milioni di utenti). In sostanza, ogni cento case inglesi dotate di televisore se ne incontrano ventuno in cui arriva il segnale della pay tv. Al magnate australiano cercano di contendere il terreno la On Digital, la Ntl e Telewest. Nella classifica europea, al secondo posto dopo la Gran Bretagna, ma con forte distacco, segue la Francia, che però ha un primato storico: è stata la prima a lanciare la pay tv in Europa, nel lontano 1984. La licenza fu richiesta da Canal Plus che oggi, oltre a detenere una posizione di egemonia in Francia, è leader nel Vecchio Continente con otto canali tv (in 14 paesi) che totalizzano quattordici milioni di abbonamenti. Se si calcola anche l'accordo di fusione Telepiù-Stream, l'esercito di abbonati che fa capo a Canal Plus supera i sedici milioni. In terra di Francia, sempre secondo le prudenti stime della Baskerville, gli abbonati sono complessivamente due milioni 511.000; un milione 611.000 appartengono a Canal Plus, 900.000 all'inseguitrice, che è la Tps. Per il terzo posto nella graduatoria europea potrebbe scoppiare una querelle tra Italia e Spagna.
A quest'ultima la Baskerville communications accredita un numero di abbonati inferiore a quello dell'Italia ma colloca la Spagna al terzo posto e l'Italia al quarto perché, su cento abitazioni fornite di televisore, le abitazioni abbonate alla pay tv sono più di tredici in Spagna e soltanto nove in Italia. Un caso a sé è la Germania, dove il digitale non riesce a decollare. La crisi è segnalata da un dato veramente insolito nel panorama mondiale: fra l'ottobre 1999 e il giugno 2000, il numero degli abbonati tedeschi è addirittura diminuito, passando da due milioni 500.000 a due milioni 200.000.

Il mercato italiano.
La difficoltà di reperire dati omogenei, utili per i raffronti, e la sottigliezza delle distinzioni statistiche rischiano di confondere il profano che voglia capire come procede la pay tv nei vari paesi. Una distinzione che può annebbiare le idee è quella fra numero di abbonati e numero di abbonamenti. In genere il numero degli abbonamenti è superiore a quello degli abbonati perché ogni abbonato può avere più di un abbonamento. Inoltre, sia il numero degli abbonati che quello degli abbonamenti vanno tenuti distinti dal numero dei telespettatori interessati. Perciò, nei conteggi, è bene pesare le parole non meno dei numeri. Il numero degli abbonati, per esempio, serve a misurare il valore complessivo di una società che gestisce la pay tv (ogni abbonato vale dai 3000 ai 3500 dollari); il numero degli abbonamenti serve invece a calcolare il giro di affari della società.
L'Italia, che - come abbiamo visto - fa registrare un numero di due milioni 570.000 abbonati, può vantare quattro milioni 100.000 abbonamenti. Due società (o piattaforme) si dividono il mercato: Telepiù, con un milione 750.000 abbonati (e due milioni 600.000 abbonamenti) e Stream, con 820.000 abbonati (e un milione 500.000 abbonamenti). Telepiù, numero uno della televisione tematica in Italia, è nata nel 1991, e ora il suo pacchetto azionario appartiene per il 98% al colosso francese Canal Plus e per il 2% alla Rai. Il fatturato di Telepiù supera i mille miliardi, il passivo è di circa 800 miliardi nel 2000. Stream è entrata in scena nel 1993 ed è stata la prima a offrire programmi in pay per view sul mercato italiano. Dal giugno 2000, il suo pacchetto azionario è equamente diviso tra Telecom Italia e Sky Global Network che fa capo a Rupert Murdoch. Anche il bilancio di Stream è in rosso (circa 750 miliardi nel 2000). Ma in tutto il mondo il deficit di bilancio è una marcata caratteristica delle società che operano nella tv digitale. Spesso, quando nasce un settore nuovo, si pensa a investire più che a raggiungere l'equilibrio finanziario.

L'introduzione delle nuove tecnologie e l'apertura pionieristica del mercato della pay tv hanno costretto le società a spendere - in tecnologia, centri di produzione, contenuti - rimandando il pareggio. Questa politica ha coinvolto sia le società che dovevano mantenere la leadership sul mercato sia quelle che, per inseguire la leader, erano costrette a sviluppare una strategia sempre più "aggressiva". E proprio i conti in rosso spiegano la progettata fusione tra Telepiù e Stream. Anche nel mercato italiano si rende necessario quell'energico processo di razionalizzazione del comparto della tv a pagamento, manifestatosi in tutto il mondo, a partire dagli Stati Uniti. La situazione si ripete dovunque: la tv satellitare a pagamento ha costi troppo alti, che creano difficoltà di bilancio insostenibili per le aziende. In Italia, dove i gestori sono due, la razionalizzazione non può che lasciare sul mercato un solo operatore, creando così una condizione monopolistica.
La Commissione europea sta per vagliare sotto il profilo della normativa antitrust questo progetto di fusione che, se andrà in porto, avrà un peso determinante sull'assetto televisivo in Italia. Su un piatto della bilancia vengono messe le ragioni dei consumatori, i quali di regola traggono vantaggio soltanto dalle condizioni di libera concorrenza. Ma sull'altro piatto mettono le loro ragioni le aziende e sostengono che la fusione, se gioverà senza dubbio ai conti aziendali, è fatta anche nell'interesse dei consumatori. In Italia non c'è spazio per due piattaforme di televisione digitale, affermano i promotori della fusione, convinti che solo le economie di scala, che un'unione fra imprese comporta, possono garantire la sopravvivenza della pay tv nel Bel Paese. In sostanza, il messaggio è perentorio: i telespettatori italiani, se vogliono continuare a vedere i loro film e le loro partite con la pay tv, debbono tifare per la fusione.

Perché le difficoltà di bilancio.
"La tv a pagamento non paga": sembra un gioco di parole ma non lo è. E non è una battuta neanche quella che dice: "Chi investe nel digitale è un fachiro" (nel senso che rimane troppo a lungo a digiuno di profitti). Straordinariamente intrisa di futuro, la pay tv non remunera ancora, come dovrebbe, le aziende che su di essa hanno fatto investimenti. Perché? La prima ragione è che in alcuni paesi - tra cui l'Italia - gli utenti della televisione a pagamento, pur crescendo di numero a ritmo sostenuto, non hanno ancora raggiunto la massa critica che può far scattare una sicura redditività degli investimenti (forse una spiegazione di fondo è che manca ancora una cultura della pay tv, spiegano i manager di Telepiù e Stream a Radio anch'io). Ecco il quadro della situazione, secondo le due società. «Assistiamo a un sorprendente paradosso: i nostri risultati commerciali sono ottimi ma la gestione è ancora in rosso (anche se sotto controllo)» spiega Emmanuel Gout, presidente di Telepiù. Nel caso di questa società, aggiunge il presidente, si fanno sentire anche i deficit del passato. A ogni modo, prima dell'annuncio della fusione, la maggiore piattaforma italiana di pay contava di raggiungere il pareggio entro il 2003, quando il numero di abbonati a Telepiù avrebbe largamente superato la soglia dei due milioni. Ma successivamente la crisi finanziaria ha fatto emergere il progetto della fusione. «Guardiamo comunque al futuro con serenità perché c'è il prodotto, ci sono i contenuti, e poi abbiamo fidelizzato i nostri clienti» dice ora Gout.

Che cosa offre la pay tv.
Con la televisione a pagamento, il mondo irrompe in casa a distanza molto ravvicinata, e il telespettatore ha la sensazione di averlo a portata di mano e quasi di poterlo comandare a bacchetta. L'offerta di programmi è molto vasta.
Quasi cento canali sono a disposizione degli abbonati di Telepiù. Il cinema fa la parte del leone nel palinsesto di questa piattaforma: lo sport occupa uno spazio minore ma non secondario. Nella voce cinema, va ritagliata una percentuale per i documentari (alla cui produzione cinematografica spesso Telepiù partecipa). Con 35.000 lire al mese (offerta Basic) si possono vedere, fra l'altro, 25 canali, nazionali e internazionali. Tra questi, sette canali di Rai Sat: Album (i prodotti del migliore passato televisivo, tratti dall'archivio Rai), Art (i musei e le mostre più interessanti del mondo), Cinema (con film "che neanche i cineclub più ricchi posseggono"), Gambero Rosso (dedicato all'arte di cucinare), Ragazzi (con produzioni ad hoc per i più piccoli e per gli adolescenti), Raisat Show e RaiSat Fiction (un nuovo canale interamente dedicato a produzioni giallo-poliziesche, action movies e sceneggiati in costume). E inoltre: Marco Polo (finestra spalancata sulle terre più misteriose), Cnn International e BbcWorld, e poi Discovery, il canale dei viaggi avventurosi.

Con 59.000 lire al mese si acquista Premium, contenitore di programmi in esclusiva assoluta, di cinema e sport, che vanno in onda per la prima volta. Premium comprende quattro reti: Tele+Bianco, Tele+Nero, Tele+Grigio e Tele+16:9 (quest'ultima per chi ama il formato panoramico). Con 75.000 lire al mese si acquista Superpremium (Basic più Premium). Seguono le Option (15.000 lire al mese l'una) come Classica (lirica, balletto, musica sinfonica), i tre canali di cinema (Cine Classics, CineCineMas1 e CineCineMas2) con una selezione di pellicole, in versione originale e sottotitolata, e poi Calcio Full (con 570.000 lire l'anno è possibile, stando in poltrona, seguire la squadra del cuore in tutte le partite in casa e in dieci trasferte) e Calcio Gold (con 720.000 lire l'anno si vedono tutte le partite di serie A, B e C) oppure F1, la Formula Uno (200.000 lire all'anno per tutti i Gran Premi in diretta, ma con molte possibilità in più: il telespettatore può vedere la gara da sei canali, cioè da sei prospettive diverse, oppure seguirla tutta da telecamere poste all'interno delle macchine, o ancora inquadrando esclusivamente le vetture in testa).
Infine, ogni abbonato al satellite ha la possibilità di fruire della pay per view (la formula in base alla quale si paga per il singolo evento). Alla pay per view, Telepiù dedica i sedici canali di Palco; uno stesso film viene mandato in onda ogni venti-trenta minuti e il telespettatore può riuscire a vederlo facilmente, nell'arco della giornata: in qualunque momento decida di sedersi in poltrona potrà, dopo un po', agganciare il film all'inizio. (E' la grande dote della pay tv: permette all'utente di non sottostare più alle rigide limitazioni della tv convenzionale e di godersi un film "quasi quando vuole lui").

Anche i programmi di Stream sono fatti per attrarre il pubblico con tutto il fascino della tv digitale. L'offerta Basic (24.000 lire al mese) è composta da 19 canali tematici e 11 interattivi. Quattro i canali di cinema: Studio Universal e Cult Network Italia, per chi ama le grandi produzioni e il cinema d'essai; Comedy Life e Duel Tv, rivolti invece rispettivamente a un pubblico femminile e maschile. National Geographic Channel, Discovery Channel, Macchina del Tempo e Canale Viaggi esplorano il mondo e la natura, la scienza e la storia. I ragazzi trovano il loro spazio su Fox Kids e Cartoon Network, mentre su Tvl, la "tv in originale", gli spettatori di ogni età possono apprendere le lingue seguendo film, documentari e cartoni animati. Cnn International con le notizie da tutto il pianeta, Stream News con quelle dalle regioni d'Italia, Cfn/Cnbc con l'attualità sull'economia e la finanza, Stream Verde dedicato al mondo agricolo e Anteprima, sono invece i canali dell'informazione. Dell'offerta Basic fanno parte i canali sportivi Eurosport e Snai Sat, sugli avvenimenti ippici e le scommesse. Quaranta canali musicali tematici sono la dotazione di Music Choice. Ricca (e all'avanguardia, in Italia) è l'offerta interattiva, con 11 canali in campi come meteo, oroscopo, viaggi, lotto, borsa, calcio, giochi, lingue. L'utente può ricevere e spedire e-mail, seguire in modo interattivo eventi legati soprattutto allo sport e, tra poco, potrà sperimentare anche servizi di home shopping e home banking.

All'offerta premium di Cinema Stream (43.000 lire al mese), con i canali Cinema Stream e CineMovie, si affiancano i programmi sportivi, in un'ampia gamma. Si va dal Campionato Stream (69.000 lire al mese) che permette di seguire tutte le partite in casa delle squadre Stream, al pacchetto Sport Stream (43.000 lire al mese) che presenta i quattro canali: Sport Stream, Calcio Stream (il primo che sia interamente dedicato al calcio), il servizio interattivo di sport e l'altrettanto interattivo Fantacalcio, con il quale è possibile giocare. Completano l'offerta sportiva Roma Channel, Avellino Calcio, Benevento Calcio e Palermo Calcio. Basic viene inoltre proposta con tutte le offerte premium di cinema e sport nelle più diverse combinazioni (Famiglia Stream a 54.000 lire al mese, Grande Famiglia Stream e Grande Calcio Stream a 79.000 lire al mese e Tutto Stream a 99.000 lire al mese). L'abbonato Stream può scegliere che cosa vedere in pay per view, e pagare solo ciò che vede, con i canali Primafila, all'interno di un'offerta che è costituita principalmente da film, programmazione per adulti ed eventi musicali e teatrali anche in diretta.
Le due pay tv italiane offrono al telespettatore un largo ventaglio di scelte anche sotto il profilo della spesa. Questa varia da un minimo di 550.000 lire l'anno a un massimo di oltre due milioni di lire (per chi voglia ricevere tutto ciò che la tv a pagamento offre). La spesa massima può crescere per effetto della pay per view. La spesa minima comprende il canone per il noleggio del ricevitore (decoder), che è di 14.000 lire mensili.

Il calcio: croce e delizia per le società.
Dallo scacchiere europeo giungono segnali confortanti per i manager di Telepiù e di Stream, il cui obiettivo è ormai il risanamento finanziario. In Francia, proprio Canal Plus intravede i primi profitti. Anche la britannica On Digital fa sapere di avere quasi raggiunto i primi positivi risultati di bilancio. La spagnola Sogecable alza la bandierina per annunciare il pareggio operativo: è previsto per la fine di quest'anno. Ma in Italia il sospirato risanamento dei conti resta molto incerto e ciò ha indotto i due gestori a decidere la fusione. L'arcobaleno non spunterà nel cielo della pay tv finchè non saranno state eliminate tutte le cause del mancato profitto, fa notare Tullio Camiglieri, direttore della comunicazione per Stream. E, prima di tutto, punta l'indice sui diritti da pagare per le partite. Quanto pesa il calcio nei programmi della pay tv? Rappresenta il 30% dell'offerta di Telepiù e il 50% dell'offerta Stream (nel cui bilancio assorbe il 75% della spesa). «La pay tv in Italia ha avuto un deciso sviluppo, il suo "core business" è stato il calcio, e il calcio costa troppo. Così ora la pay tv ha la febbre alta» spiega Camiglieri.
Anche Emmanuel Gout richiama l'attenzione sui diritti da pagare alle società calcistiche. Sono una falla preoccupante per entrambi i gestori: le pay tv assicurano il 40% del reddito delle squadre di serie A. E le squadre italiane premono sulla tv digitale, perché hanno un fortissimo bisogno di denaro: fanno scendere sul terreno campioni molto costosi, provenienti da tutto il mondo. Da due anni le società che gestiscono la pay tv in Italia versano nelle casse dei diciotto club di serie A una somma pari a 1.032 miliardi di lire all'anno (all'estero la pay tv ha finora sborsato molto meno: 650 miliardi in Gran Bretagna e in Germania, 350 in Francia). Insomma, Stream propone apertamente: via il calcio dalle televisioni generaliste, dove lo spettacolo delle partite è praticamente regalato. Le partite vanno trasferite sui canali a pagamento, dice Camiglieri.

Il gestore-ombra: la pirateria.
Ma le preoccupazioni finanziarie delle società della pay tv non derivano soltanto dal mancato raggiungimento della massa critica di abbonati; a guastare il sonno dei manager provvede la pirateria anche se, in pubblico, ne parlano il meno possibile (per non farla crescere ulteriormente). Per ricevere il segnale digitale occorre che il televisore sia corredato non solo dell'antenna parabolica ma anche di un decoder. E' questa scatoletta nera che interpreta il fiume dei dati digitali e li trasforma in immagini video. Il ricevitore-decoder ha un proprio software e, in pratica, funziona come un computer. Perché il decoder possa riconoscere l'abbonato, occorre una piccola smart card da inserire in una delle due apposite fessure (slot). Telepiù e Stream consegnano questa scheda al loro abbonato, nel momento in cui dà il numero della propria carta di credito. La scheda abilita a ricevere la pay tv e viene controllata per mezzo di un sistema satellitare.
Ma c'è un ma, dal quale discendono molti crucci e molti mancati profitti: circola una quantità imprecisata (almeno un milione, come abbiamo detto all'inizio) di schede falsificate. La scheda può essere aperta e "crackata", cioè manomessa, spiega Tullio Camiglieri. Allora è la pirateria il vero nemico della pay tv, tanto da essere considerata come un vero gestore-ombra, «il secondo gestore italiano, dopo Telepiù e prima di Stream». «Sia chiaro: è una spina nel fianco di tanti settori produttivi. Per esempio, quello discografico» sdrammatizzano gli esperti. Ma c'è chi arriva a ipotizzare che l'utenza pirata sia addirittura più numerosa dell'utenza regolarmente abbonata. E' un turbinio di cifre, e nessuna può essere smentita; del resto, chi "scrocca" il servizio sfugge a qualsiasi calcolo.

La discussione sulle schede pirata divampa ora più rovente, a causa della legge che ha introdotto il decoder unico, a partire dal primo aprile scorso (ma il termine è slittato al 26 agosto prossimo, cioè all'esordio del prossimo campionato di calcio). Finora, per vedere la pay tv erano usati due decoder: uno permetteva di ricevere soltanto i canali di Telepiù, con l'altro si potevano prendere soltanto i canali di Stream. La nuova legge parte da una premessa: non è giusto che gli utenti, per poter vedere i programmi dei due gestori italiani di pay tv, debbano accollarsi una spesa doppia e acquistare due decoder. Si è giunti così al decoder unico, che accetterà sia la scheda per vedere Telepiù che quella per vedere Stream.
Ma l'innovazione non è passata senza discussioni, anche animate. Ecco i termini della disputa, risolta con qualche strascico. Il decoder unico è una soluzione naturale e razionale - si obietta da uno degli schieramenti in conflitto - perché è più semplice e più economico; semmai la legge poteva essere evitata perché, prima o poi, il decoder unico sarebbe stato imposto "naturalmente" dal mercato. Il decoder unico è una jattura, ribattono dallo schieramento opposto. E' questa la critica sollevata da Camiglieri. «Il decoder unico blocca lo sviluppo della tecnologia; può tagliare le gambe alla pay tv e alla tv in generale». Perché? «Il decoder è un dispositivo raffinato, ci si può anche collegare con la rete. E il nostro decoder permetteva ai nostri abbonati di usufruire di alcune caratteristiche tecniche della tv Stream». Secondo Camiglieri, per esempio, l'abbonato che riceve il decoder unico dovrà rinunciare alla tv interattiva (che invece il decoder Stream permetteva di ricevere). E chi vorrà continuare a fruire dell'interattività? Dovrà usare il vecchio decoder Stream, oltre al decoder unico voluto dalla legge. Ma in questo modo, dicono a Stream, il decoder unico obbligatorio non spingerà certo gli utenti a sperimentare i programmi interattivi d'avanguardia. E perciò frustrerà gli investimenti, rischierà di paralizzare il mercato, perchè chiuderà le porte in faccia a nuovi operatori.

Con la fusione tra Telepiù e Stream, il rompicapo potrebbe trovare soluzioni nuove. Dopo mesi di dibattito, Telepiù e Stream hanno sottoscritto un protocollo unico che ha ottenuto il consenso dell'Autorità per le Telecomunicazioni: lo slittamento dell'entrata in vigore serve proprio a facilitare l'applicazione del decoder unico. C'è anche chi teme che l'innovazione faciliti il contrabbando di schede e aggravi le dimensioni del fenomeno. Non tutti sono d'accordo. Giancarlo Rumori, di Telepiù, pensa che la battaglia contro la pirateria vada condotta su tutt'altro piano.
Ma esistono terapie d'urto per stroncare la contraffazione delle schede? La repressione, necessaria, non sufficiente. E qualche terapia "lenta"? L'unica arma per fronteggiare il devastante attacco degli hacker è la tecnologia. «Dobbiamo fare in modo di trovarci sempre un passo avanti, tecnologicamente parlando, rispetto ai pirati» è la proposta di Camiglieri. Da agosto dell'anno scorso, è operante una legge contro il "gestore ombra". E Gianluca Rumori riferisce che Telepiù, in stretta cooperazione con le forze dell'ordine, ha una sua strategia. Poiché la piattaforma può dialogare con tutti i decoder attraverso il satellite, la contromisura consiste nel cambiare all'improvviso - via satellite, appunto - la "chiave" delle smart card. Le schede falsificate non "capiscono"- e perciò non accettano - una chiave nuova; e allora "si bruciano". Quando i pirati riescono a scoprire e a imitare la nuova chiave, si passa a un'altra, ancora più sofisticata. Questo "braccio di ferro" tecnologico con i pirati provoca interruzioni del servizio nelle case che adottano schede pirata. Perciò potrebbe avere un ottimo effetto deterrente.

Come e perché è nata la pay tv.
La tv a pagamento non ha suscitato alcuna sorpresa in Europa, dove il pubblico televisivo non aveva mai conosciuto una tv gratuita. In Europa, la televisione era nata, storicamente, proprio come tv pagata con un abbonamento (diventato in Italia addirittura una tassa sul possesso del televisore).
La pay è apparsa come una novità (relativa) solo negli Stati Uniti, dove la televisione, che è sempre stata tv commerciale, non veniva pagata esplicitamente. (In realtà il telespettatore americano ha sempre sborsato una percentuale in più su alcuni prodotti di larghissimo consumo, pubblicizzati sul piccolo schermo. Certi caratteristici programmi televisivi americani, poi arrivati anche da noi, erano denominati soap opera proprio perché finanziati dalle società che vendevano saponi e detersivi. Ed erano programmi concepiti e realizzati su misura per un certo target group: quel tipo di famiglia americana che poteva risultare consumatrice ideale di saponi e detersivi.
Senza accorgersene, l'utente si sdebitava con gli acquisti al supermercato: nel prezzo era infatti nascosta una quota in più per la spesa pubblicitaria sostenuta dalle industrie produttrici. Il costo nascosto nel prezzo dei prodotti non è da poco, tanto è vero che, in Europa, gli enti radiotelevisivi che hanno rinunciato alla pubblicità televisiva sono stati costretti a imporre un canone annuo che si aggira sulle 350-400.000 lire, oltre il doppio di quello chiesto dalla Rai).

La tv a pagamento è nata negli Stati Uniti, invocata proprio da quanti vogliono vedere i programmi televisivi senza le interruzioni per gli spot pubblicitari. Ma non è solo per questo che incontra tanti consensi. La tecnologia ha spalancato le porte di una nuova terra promessa. La televisione vede enormemente moltiplicata la propria possibilità di offrire servizi. Con il sistema tradizionale, analogico-terrestre, i canali disponibili sono quelli che sono: qualche decina. Con la tv via cavo, il numero dei canali aumenta un po'. Ma con la tv via satellite, che passa dal sistema analogico a quello digitale, all'utente vengono offerti dal cielo fino a 1500 canali.
Così la pay tv può soddisfare tutti i desideri del telespettatore proponendo canali specialistici, per gli appassionati di calcio, cinema, scienza, teatro, musica classica, programmi per ragazzi, arte, viaggi, nautica, lingua inglese, caccia, pesca. (Esistono perfino canali tematici dedicati soltanto ai fumetti giapponesi "manga"). La fantasia può sbizzarrirsi nella creazione di un'infinità di canali a tema, che suscitino l'interesse di sempre nuove schiere di telespettatori. Chi pubblica riviste di settore, anche se di modesta tiratura, può entrare in questo business offrendo i suoi contenuti alla tv a pagamento.
Ma la pay tv non è tutta qui. Non si limita a moltiplicare i canali tematici, ognuno dei quali si conquista un proprio pubblico. Sta introducendo innovazioni che cambieranno profondamente il rapporto tra emittente e telespettatore. Era un rapporto unidirezionale (in cui l'utente aveva un'unica libertà: usare il telecomando e cambiare canale); ora diventa bidirezionale, rileva Gino Roncaglia, che insegna Informatica applicata alle Scienze umane, all'Università della Tuscia di Viterbo.

La spallata della pay tv.
La pay tv comincia a offrire canali e servizi interattivi; l'utente può giocare, e l'interattività è garantita, ma può anche - mentre vede un film - premere un pulsante e sapere da quando il film è incominciato, quanto manca alla fine, chi è il regista, e via dicendo. Si tratta di novità che sul televisore non hanno precedenti e sono gradite perché al pubblico il mezzo interattivo piace molto. Oggi Stream offre ai suoi abbonati la possibilità di mandare e ricevere e-mail.
La posta elettronica sul televisore è una funzione «popolare e trainante» annota Edoardo Fleischner, progettista multimediale, autore di Internet, la madre di tutte le tv. E osserva: «Questa "contaminazione" è il vero punto di svolta della pay tv. Sta facendo capolino il grande business della tv futura». Con il suo carattere innovativo, la televisione a pagamento brucia i tempi, mostra in anteprima il traguardo dei "media on demand" come li chiama Fleischner, ovvero i media su richiesta, che saranno a completa disposizione degli utenti. Insomma, anticipa e fa già toccare con mano una rivoluzione che emancipa il telespettatore.
La televisione a pagamento fa proseliti perché - cavalcando la svolta tecnologica - è la prima televisione ad allentare le catene che mantengono il pubblico in una condizione di assoluta "passività". Per troppo tempo la trasmissione è stata «un evento che nasce e muore in uno spazio di tempo prefissato, che non dipende dalle esigenze del destinatario ma da quelle dell'emittente» rileva Roncaglia. A quel sistema tradizionale la pay tv sta dando una spallata decisiva.

La rivoluzione completa verrà dalla "trasmissione mirata", i cui contenuti e i cui tempi sono scelti non dall'emittente ma dal destinatario. Bisogna intendersi: in sé e per sé, la pay tv appartiene ancora al vecchio paradigma, cioè a quella che Fleischner definisce «la televisione di flusso ad appuntamento». Il signor Rossi ci tiene proprio a vedere un certo programma, che andrà in onda alle 22,30. In base alle non trasgredibili leggi della televisione tradizionale, lui dovrà rinunciare a qualsiasi altro impegno e organizzarsi in modo da potersi sedere davanti al televisore proprio alle 22.30.
La pay tv gli mostra invece l'eccitante chiarore della libertà, rompe la regola draconiana della tv orizzontale. L'utente paga per non avere pubblicità e per poter usufruire di trasmissioni "verticali", cioè di programmi specialistici; ma anche per poter, in qualche modo, decidere il momento in cui si godrà il suo spettacolo televisivo preferito. La tv a pagamento si rende conto di non poter bastare a un utente che ha preso coscienza delle proprie esigenze e dei propri diritti.
Quelli che la pay tv offre nel suo palinsesto minimo, sono ancora canali di flusso, anche se tematici e perciò scelti dall'abbonato secondo i propri gusti e interessi. I programmi sono diversi dai programmi nazionali orizzontali forniti dalla Rai o da Mediaset o da Tmc. Però, se ci si limitasse soltanto a questo, il palinsesto della tv a pagamento sarebbe ancora quello classico, per appuntamento: l'utente è ancora il telespettatore del passato, che si siede davanti al televisore e non può fare altro che vedere "quei" programmi che gli vengono offerti e all'ora in cui gli vengono offerti.

Ma sopraggiunge un evento che cambia la sostanza del rapporto utente-tv. Che cosa succede? Su un certo canale, Telepiù o Stream presentano un film di prima visione. Il telespettatore potrà vederlo soltanto pagando un supplemento.
E' un'offerta per "spremere" il cliente o invece è il futuro che avanza?
La pay tv offre all'utente il "palco", formula che gli permette di scegliersi, a pagamento, un singolo programma speciale, in genere una partita o un film. Ma con un particolare che è degno di interesse «Con "Palco", la tua televisione si trasforma in un grande palcoscenico virtuale. Con "Palco", paghi esclusivamente ciò che scegli di vedere, decidendo giorno e orario di visione. Perché con "Palco" sei tu a decidere!» dice la pubblicità di Telepiù, sottolineando il carattere innovativo della formula.
Il signor Rossi sceglie un programma eccellente e paga per vederlo. Dà un consenso interattivo, cioè schiaccia semplicemente un bottone. Ma, a questo punto, la pay tv si è già trasformata in "pay per view". Alla fine del mese, oltre all'abbonamento, il signor Rossi pagherà un supplemento in più per ognuno dei film o programmi di grido che avrà visti.

La televisione e il gusto della libertà.
In questo modo, la pay tv dimostra di essere l'ultimo ma più evoluto stadio della vecchia televisione di flusso ad appuntamento. La fase successiva è la tv nvod, cioè "near view on demand": il telespettatore non ha ancora la possibilità di vedere un programma televisivo "quando vuole lui" (tv on demand) ma si avvicina molto a questo traguardo. Il processo evolutivo incominciato con la pay tv ha quasi raggiunto l'obiettivo.
L'utente ha capito che la tv del flusso ad appuntamento è una tirannia dalla quale ci si può affrancare; ha assaporato il gusto della libertà. Non può ancora vedere quel certo programma o quel certo film "quando vuole lui" ma la televisione di flusso si sta aprendo alle esigenze del telespettatore, e gli offre ( come abbiamo visto) ogni mezz'ora oppure ogni venti minuti quel programma o quel film. La scansione dei tempi dell'emittente comincia ad avvicinarsi molto all'orario preciso che può scegliersi il telespettatore, perché gli fa comodo. L'ultimo stadio, che già è possibile intravedere, è la televisione "effettivamente on demand". Il signor Rossi arriva a casa alle 23,16, apre il frigorifero, prende una birra, si siede, digita il programma o il film desiderato e questo parte proprio mentre lui, staccato anche il telefono, si è tolto le scarpe, ha allungato i piedi sul divano, e ha cominciato a sorseggiare la sua birra. Ecco la tv on demand, la tv da vedere "proprio quando voglio io". E' l'incoronazione del Telespettatore Re.

Nella fase attuale dell'evoluzione televisiva, mentre si sviluppa la pay tv, forme anticipate di tv (o di "media") on demand esistono già. Si può sperimentarle su Internet. Chi chiede una certa pagina, con le sue immagini, i filmati on line, non fa che prendere un assaggio di futuro: il video, lento e sfocato, che viene dalla rete è già tv interattiva on demand, anzi è la chiara premessa dei media on demand. C'è un altro particolare della pay tv che merita attenzione.
Quando offre ai suoi abbonati la posta elettronica, Stream non fa alcun riferimento a Internet. Potrebbe sembrare una scelta controcorrente; invece va nel senso della naturale evoluzione della pay tv. Qual è, infatti, l'obiettivo finale dei "media on demand"? Il potere dell'utente di usufruire del servizio che vuole, quando, dove e come vuole. Il "quando" è garantito dalla tv on demand; il "dove" si realizza con i telefonini Umts, grazie ai quali si potrà seguire la partita o ricevere il telegiornale nei luoghi più disparati; il "come" ha un significato altrettanto chiaro: l'utente può fruire del mezzo che preferisce, e può essere il computer, il telefonino ma anche il televisore.
«Stream, quando offre ai suoi abbonati la posta elettronica sul televisore, sta già fornendo un servizio sul supporto preferito da una grandissima parte del pubblico, cioè da quanti non hanno preso familiarità con Internet» osserva Fleischner. Insomma il televisore viene proposto come terminale popolare, perché i clienti lo conoscono da decenni. E probabilmente sarà il televisore il grande terminale di un'interattività che non si identifica più in Internet e nel computer.

Convivenza fra i "media".
La proposta di trasferire nei canali di pay tv il calcio più spettacolare ed entusiasmante, o addirittura tutte le partite, basta per riaprire l'antica disputa: col diffondersi della tv a pagamento, non c'è il rischio che i programmi migliori, o almeno più attraenti, vengano tutti fagocitati nei canali pay? La tv a pagamento non impoverirà drammaticamente la tv generalista? E c'è la domanda-corollario che ne consegue: oggi anche chi è chiuso nel suo "particulare" finisce per essere informato, grazie ai telegiornali della tv generalista; ma domani - quando tutti potranno crogiolarsi nel bozzolo delle loro tv specializzate sulla caccia e sulla pesca - come arriverà al paese (distratti compresi) quell'ondata di informazioni che oggi, bene o male, è assicurato dalla tv generalista? I teorici della tv del futuro giurano che nel cocktail della televisione on demand conviveranno tutti i sistemi di comunicazione televisiva, nessuno escluso. Il pubblico vorrà di tutto. Di mattina i canali generalisti, da Rai Uno a Canale 5, con tanto di pubblicità. (Infatti, quando incomincia la giornata, non c'è tempo né voglia di scegliersi la tv specialistica o quella on demand). La sera, invece, film di prima visione. E, la domenica, la partita. I programmi di pregio verrebbero sì risucchiati nelle reti pay ma poi tornerebbero per forza sulla tv generalista.

E per quale ragione? Per una stretta considerazione economica, di quelle imprescindibili: sarà proprio la tv a pagamento, televisione verticale per antonomasia, a fornire i suoi migliori programmi alla tv orizzontale generalista, per poter raccogliere la pubblicità (che nella pay tv è vietata per definizione). Insomma, uno stesso prodotto può essere confezionato in maniera diversa, per essere venduto in maniera diversa, e diventare oggetto di fruizioni diverse, osservano gli esperti.
E' quanto già avviene, da tempo immemorabile, nelle think tank degli editori di giornali. Un servizio fotografico di sicura presa, abbinato a un articolo ricco, profondo e scritto bene, può essere piazzato in vario modo: nel magazine (un testo corposo e alcune foto), nel quotidiano (una sola foto e una lunga didascalia), nella rivista che privilegia il colore (un servizio con tutte foto a piè di pagina o su due pagine). Al riguardo, i pensatori dell'epoca dei media on demand possono farsi insegnare qualcosa dai maghi dell'editoria degli anni Trenta.