Luigi Dell'Aglio

Sì all'innovazione tecnologica
però ancora troppi ne diffidano

Produrre e vendere nel segno della rete e dell'informatica è più conveniente e permette alle piccole e medie aziende di gareggiare coi giganti. Ma nella metà dei 130 "distretti industriali" italiani il computer continua a essere guardato con sospetto e usato, tuttalpiù, per la posta elettronica. La Federcomin ha voluto andare a fondo della questione e ha scoperto che...

Sono il nocciolo duro del made in Italy, da 40 anni rappresentano il modello produttivo italiano che ha successo. Gli analisti vengono a studiarli da tutti i continenti: i circa centotrenta distretti industriali rappresentano un fenomeno unico al mondo. Se l'export "tira", a soffiare il vento nelle vele sono loro. In questi bacini di vigoroso dinamismo e di inventiva industriale operano "sciami" di piccole e piccolissime industrie, molto concentrate nel territorio e specializzate in una sola produzione di nicchia o in produzioni simili o collegate (nelle Marche, per esempio, si passa dalle suole alla gomma alle forme di plastica). Esce dai loro cancelli una quantità considerevole dell'intero fatturato industriale italiano: oltre 140.000 miliardi. Il distretto di Castel Goffredo (Mantova) fornisce da solo il 50% delle calze da donna prodotte sul pianeta; quello di Manzano (Udine) il 30% delle sedie che si vendono in Europa. Su cinque milioni di imprese registrate in Italia (che però comprendono tante partite Iva senza capannoni) sono loro, i distretti, a raccogliere le 90.000 più competitive, che danno lavoro a 740.000 addetti.
Una realtà schiva, che rifugge dalle luci della ribalta, ma che attualmente si trova al centro dell'attenzione, da quando un rapporto della Federcomin, la Federazione della Confindustria che rappresenta le imprese di telecomunicazioni, radiotelevisione e informatica, l'ha fotografata per accertare se e quanto i distretti si stiano informatizzando e digitalizzando. Dopo aver studiato 51 distretti, fra consolidati ed emergenti, e 32 localismi a base provinciale (distretti meno strutturati), i ricercatori hanno scoperto che, se metà di queste aree esprime una "genuina propensione per l'innovazione tecnologica" (soprattutto di tipo informatico e telematico), nell'altra metà prevalgono ancora "atteggiamenti sostanzialmente improntati alla passività o alla cautela". E comunque la svolta digitale sembra essere il frutto di un "adeguamento forzato". Accanto a una tendenza "propositiva" si nota cioè una sorta di "resistenza" di fondo all'innovazione introdotta dalle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione.

Il rapporto Federcomin permette però di capire che, se metà dei distretti industriali indugiano sulla soglia della net economy, la causa non sta in una sorta di indifferenza nei confronti dell'era digitale. La mappa dei distretti esprime chiaramente tutto il travaglio che accompagna l'atteggiamento di "passività" nei confronti dell'information technology. Capofila della schiera degli scettici sono distretti "storici" come quelli di Biella e Prato (industria tessile), Valenza Po (gioielli), Pordenone e Bovolone-Cerea (legno e mobili), Montebelluna (calzatura sportiva, che conta 4000 imprese). A questi distretti non difetta certo il coraggio imprenditoriale per affrontare le nuove sfide; ma il rapporto segnala uno stato d'animo: si esita a voltare pagina sul modello di sviluppo finora sperimentato con successo. L'innovazione comporta una crisi interiore, che si manifesta in tutta una serie di contraddizioni. Il distretto di Oristano è tiepido nei confronti della net economy, pur essendo specializzato nella produzione elettronica. Sono invece a favore dell'innovazione digitale distretti tipicamente old economy, come Lumezzane, in provincia di Brescia (lavorazione di metalli: che raccoglie più di 3500 imprese) e Modugno in provincia di Bari (meccanica). Tra i distretti "storici", ce ne sono alcuni come Sassuolo (piastrelle di ceramica) in quel di Modena e Arzignano (concia) in provincia di Vicenza che - pur attaccati a un passato "glorioso" - sono pronti ad arruolarsi con ardimento nel digitale. Langhirano-Collecchio (Parma) e Albese (Cuneo), entrambi del settore alimentare, militano il primo tra i diffidenti e il secondo tra gli entusiasti.
Ma il fatto più significativo è che buona parte dei distretti che si dichiarano prudenti nei confronti di un ammodernamento "spinto" dell'organizzazione aziendale, trainato da Internet, credono profondamente nel progresso tecnologico, tanto è vero che investono in modo massiccio in tecnologie innovative nei processi di produzione (ormai caratterizzati da un forte contenuto informatico e telematico: si pensi ai sistemi di automazione, basati sul controllo numerico). Tipici, al riguardo, i distretti di Castelfidardo (strumenti musicali) in provincia di Ancona, e di Valle del Sacco (chimica) in provincia di Frosinone, che hanno destinato alla tecnologia il 15% del fatturato (mentre la media, nei distretti, è del 9%). La propensione o meno a sposare la nuova tecnologia e la cultura che porta con sé non dipende nemmeno dall'appartenenza al Nord o al Sud; la scelta è una questione esclusivamente culturale, rileva Pietro Varaldo, direttore generale della Federcomin.

Sono due i motivi per cui metà dei distretti industriali si proclamano ancora prudenti nei confronti della net economy. Temono che questa costringa le imprese a svelare alle proprie concorrenti anche i più inviolati segreti del business, e metta gli imprenditori nella condizione di non poter più esercitare la propria autonomia. «Questo timore è molto sentito e non esplode solo ora: era andato crescendo, in modo esponenziale, da vent'anni in qua» conferma Ennio Pea, di Lumezzane, titolare della Lls, Lavorazione leghe speciali, che produce viti di titanio. Il rischio di diventare vulnerabili o addirittura di snaturarsi è però un falso problema, secondo Luciano Consolati, segretario del Club dei distretti. Da dieci anni la sua azienda offre servizi (formazione, consulenza e assistenza) alle imprese e ora sta traghettando nella net economy 500 aziende old economy del distretto di Lumezzane. «E' chiaro che, se si passa da una rete di vendita reale a una virtuale, la trasformazione comporta che si mettano in comune anche informazioni strategiche riguardanti la propria impresa. Ma quali? Quelle già conosciute. Comunque, solo una parte delle informazioni messe in comune sarà accessibile a tutti; il resto lo sarà soltanto a chi è in possesso di speciali password». Consolati è d'accordo con il presidente della Federcomin, Alberto Tripi1: appena le aziende dei distretti potranno contare su una centrale virtuale di acquisti in comune e toccheranno con mano i vantaggi di questa innovazione, la net economy si farà strada da sola, anche nei distretti; «quasi per un processo di imitazione», osserva.
Inoltre l'imperativo di unirsi per dare la maggiore forza possibile al distretto industriale non giunge per la prima volta con la net economy. Per accorgersene, basta risalire al momento in cui si forma ciascun distretto. Alla base c'è spesso un filone di industria manifatturiera tradizionale che talvolta ha anche un secolo di vita, come fa notare Consolati. Ma, tra i fattori che fanno nascere questi fitti grappoli di imprese, per lo più di piccole dimensioni, conta soprattutto l'interesse a realizzare potenti economie di scala gestendo in comune alcune attività. «Le imprese si collegavano a rete (e allora "rete" non voleva dire web) sulla base di relazioni più o meno formali. Poi si è andati insieme all'estero, sono state aperte rappresentanze in comune a Shangai, anche se ogni imprenditore seguiva i propri canali e si teneva stretti i propri intermediari perchè gli garantivano un vantaggio sui concorrenti», spiega il direttore generale della Federcomin. Negli altri paesi, la "spaccatura", come la chiama il Rapporto, fra innovatori e conservatori non esiste, per la semplice ragione che - fuori d'Italia - nel tessuto industriale domina incontrastata la media e grande impresa.

Dove la piccola industria esisteva (in Francia, per esempio) e poteva anche dar vita a qualcosa che somigliasse a un distretto, da tempo è avvenuto un cambiamento a tappeto: gli insediamenti industriali di quel tipo possono aver rappresentato il primo stadio del processo di industrializzazione, poi sono stati assorbiti nella grande impresa. Sheffield in Inghilterra e Solingen in Germania erano simboli di una grande tradizione di acciai e di lame. Ora non producono più niente: commercializzano prodotti di altre imprese. E, dove regna la media e grande impresa, non è affatto necessario, per essere competitivi, mettere in comune le informazioni strategiche di ogni azienda.
«Negli altri paesi avanzati, l'industria è di dimensioni tali che, per acquistare a buon prezzo materie prime e semilavorati, non ha alcun bisogno di crearsi una piattaforma comune da presentare ai venditori stranieri» fa notare Pietro Varaldo. Il piccolo industriale dei distretti italiani che vende rubinetti fatturando al massimo un miliardo all'anno, se vuole comprare la materia prima a prezzo conveniente, deve aggregarsi ad altri operatori del suo stesso settore. Invece la media impresa che, ogni anno, di miliardi ne fattura almeno 500 ottiene un forte sconto nel momento stesso in cui fa l'ordine di acquisto.
Ma probabilmente gli imprenditori che stazionano titubanti sulla soglia della net economy temono un pericolo più sottile. E' messo bene in luce nel caso della Dell Computer, la grande società americana di elettronica che con l'information technology ha rivoluzionato la propria struttura organizzativa. Oggi, quando un cliente ordina un computer a un terminale della Dell, nessuno va a cercare il pc nel magazzino, perché questo è stato eliminato e non esistono più giacenze. Quando un cliente chiede un computer, l'ordine viene trasmesso direttamente alla catena produttiva. Ma che cosa è avvenuto nel frattempo? La Dell Computer ha aggregato lei i suoi fornitori, perché decide i prezzi ma anche i tempi del loro lavoro, li ha trasformati in "terzisti" e con un sistema informatico è riuscita a portare al massimo la produttività controllando l'intera produzione. E' evidente che i fornitori hanno perduto la loro autonomia, davanti alla Dell. E' quanto (sia pure in un contesto completamente diverso) temono gli imprenditori di metà dei distretti industriali italiani. «C'è da chiedersi però se i terzisti della Dell non siano - alla fine - soddisfatti del cambiamento», rileva Mauro Di Giacomo, ricercatore del Censis. «Si rischia di dover rinunciare a un po' di autonomia e di cedere un po' di informazioni? La perdita non è poi troppo grave, quando sull'altro piatto della bilancia arrivano maggiore efficienza e quindi ulteriore riduzione dei costi e maggiore competitività».

Ma la galassia dei distretti è attualmente in piena evoluzione anche per l'arrivo di nuovi protagonisti. Un distretto di punta come Lumezzane è oggi quello di Catania, dominante in un'area che viene ormai chiamata l'"Etna Valley". Questo distretto è tuttavia molto diverso dal modello classico. Qui il polo di sviluppo è cresciuto attorno a una grande impresa: la STmicroelectronics, multinazionale la cui attività è praticamente concentrata a Catania, in uno stabilimento per la produzione di semiconduttori che è tra i maggiori del mondo. Attorno alla STmicroelectronics si sono insediate non piccole imprese ma imprese medio-grandi, attratte dai finanziamenti regionali e soprattutto dal fatto che l'Etna Valley è ormai ricca di risorse umane molto qualificate. Quello di Catania è perciò un distretto tutto all'insegna dell'information technology.
L'exploit di Etna Valley non significa affatto che i distretti tradizionali stiano per perdere la loro identità. La loro formula vincente, collaudata nel corso di alcuni decenni, conserva tutto il suo valore; anzi - proprio se abbinata all'innovazione digitale - moltiplica la sua forza di attrazione. La prova si è avuta a Genova da quando è nato il distretto industriale. Tutta l'area era in crisi profonda, in seguito al crollo dell'industria pesante. «Ora, con il distretto, sta crescendo, in modo spontaneo, tutto un nuovo tessuto produttivo, fatto di piccole e piccolissime imprese», riferisce il segretario, l'ingegner Luigi Miracoli. Elettronica e tecnologie avanzate sono il campo di attività, e il distretto mira a fare di Genova il baricentro di un arco mediterraneo di hi-tech che va dall'area di Marsiglia-Nizza (dove spicca la tecnopoli di Sophia Antipolis) a quella di Pisa (Università, Normale e Scuola superiore di S. Anna).
Nei distretti più tradizionali il passaggio all'era digitale è appena accennato. Anche le imprese che hanno varcato la frontiera della net economy «non possono ancora considerarsi pienamente operative, su questo versante», osserva il direttore generale della Federcomin. Tuttavia si può vedere da vicino a che punto è, esattamente, la maturazione digitale delle piccole imprese dei distretti. E' attraverso la posta elettronica che le aziende cominciano a stabilire rapporti con la rete. Il 30-40% di esse dispone di un collegamento Internet e ha un indirizzo di e-mail. Ma, di queste aziende attrezzate per la posta elettronica, il 90% vi fa ricorso soltanto in modo molto sporadico, non ha ancora avviato un vero dialogo interaziendale on line.

Se poi si passa a forme più evolute di servizi, le imprese che hanno abbracciato la net economy si ritrovano in pochi distretti (il 15% circa), anche se all'interno di questi rappresentano una percentuale compresa fra il 10 e il 30% delle aziende. Si tratta di una minoranza attiva che pratica la mailing list e i gruppi di discussione. Dalla videoconferenza in su, a scoraggiare l'adesione sono anche i costi. Abbastanza richiesto, comunque, è il sito web: incontra il favore della larga maggioranza dei distretti e del 10-20% degli imprenditori che ne fanno parte. Un segnale di evoluzione è il sito in comune, nato dall' iniziativa di più imprese locali. Nel 28% dei distretti comincia ad acquistare peso anche il portale interaziendale che mira alla promozione oppure a forme di commercio elettronico.
Un passo più lungo della gamba è l'uso di software per migliorare i processi produttivi. Pochissimi imprenditori infatti risultano affiatati con tecniche come la business intelligence o il customer relationship management. Nella pratica di tutti i giorni non è ancora entrata l'idea che l'analisi computerizzata dei dati sia un ottimo supporto per le decisioni e che, grazie al web, si possa scoprire l'identità della propria clientela e quali prodotti le interessano di più.
E' vero che, nella grande maggioranza dei casi, la conversione alla rete si limita alla posta elettronica ma, come riferisce Consolati, le 500 imprese di Lumezzane assistite dalla Lumetel si scambiano complessivamente 140.000 e-mail al mese; e non è poco. In generale, però, il sito è ancora concepito come catalogo on line. In ogni caso, il 4% dei distretti scopre che l'information technology è fatta proprio per l'economia locale: le imprese che hanno una produzione industriale simile, se non identica, possono adottare software di gestione notevolmente meno costosi, utilizzando banche dati su fornitori, clienti, disposizioni di legge.

Non bisogna dimenticare un dato socio-economico, e anche psicologico, abbastanza importante. Finora il dinamismo produttivo era partito dalla provincia; erano stati i distretti a svolgere un ruolo propulsivo. Ora, per la prima volta, la spinta viene dalle città, è qui che operano le grandi imprese dell'information technology e delle telecomunicazioni. Anche per questa ragione, l'innovazione digitale è vissuta, dalle piccole e piccolissime imprese, come un cambiamento imposto dal di fuori. Mancano ricette miracolose per favorire la rivoluzione digitale. Ennio Pea, di Lumezzane, pensa che poi, in fin dei conti, ogni azienda sia un caso a sé. Probabilmente un certo dualismo tra innovazione e conservazione durerà ancora un po' finchè tutti gli imprenditori dei distretti si saranno resi conto che l'information technology è il veicolo migliore per far conoscere al pubblico più vasto possibile i prodotti di nicchia dei distretti. Nel giro di qualche anno, anche la mentalità del mini-imprenditore subirà un'evoluzione. «Si renderanno conto - dice Ennio Pea - che è meglio essere inseguiti che inseguire».
Del resto, in nessun paese la transizione è stata fulminea. Le riserve psicologiche, anche generazionali, nei confronti della net economy sono state superate nell'Europa del Nord e negli Stati Uniti, ma spesso la trasparenza reciproca che le imprese si vantano di aver acquistata è soltanto di facciata. (Secondo Pea, è l'Australia il paese nel quale le imprese si sono emancipate più profondamente dai pregiudizi e da una mentalità miope). In Italia si procede un passo dopo l'altro. Ai colleghi ancora incerti - nel suo come negli altri distretti - Andrea Bregoli, titolare della IBExport di Lumezzane, fa sapere che in un'azienda basta la più semplice delle innovazioni (perfino il sito Internet che sostituisce il catalogo cartaceo) e già si risparmiano "vari milioni all'anno". Di Giacomo, del Censis, descrive così questa fase di passaggio che non sarà lunga: «Il Rapporto fotografa un'increspatura che in alcune aree è già una vera onda».


Nota

1 Vedi l'intervista ad Alberto Tripi, in questo stesso numero di Telèma.