Produrre e vendere nel segno della rete e dell'informatica è più conveniente e permette alle piccole e medie aziende di gareggiare coi giganti. Ma nella metà dei 130 "distretti industriali" italiani il computer continua a essere guardato con sospetto e usato, tuttalpiù, per la posta elettronica. La Federcomin ha voluto andare a fondo della questione e ha scoperto che...
Sono il nocciolo duro del made in Italy, da 40 anni rappresentano il modello
produttivo italiano che ha successo. Gli analisti vengono a studiarli da tutti i
continenti: i circa centotrenta distretti industriali rappresentano un fenomeno
unico al mondo. Se l'export "tira", a soffiare il vento nelle vele sono loro. In
questi bacini di vigoroso dinamismo e di inventiva industriale operano "sciami"
di piccole e piccolissime industrie, molto concentrate nel territorio e
specializzate in una sola produzione di nicchia o in produzioni simili o
collegate (nelle Marche, per esempio, si passa dalle suole alla gomma alle forme
di plastica). Esce dai loro cancelli una quantità considerevole dell'intero
fatturato industriale italiano: oltre 140.000 miliardi. Il distretto di Castel
Goffredo (Mantova) fornisce da solo il 50% delle calze da donna prodotte sul
pianeta; quello di Manzano (Udine) il 30% delle sedie che si vendono in Europa.
Su cinque milioni di imprese registrate in Italia (che però comprendono tante
partite Iva senza capannoni) sono loro, i distretti, a raccogliere le 90.000 più
competitive, che danno lavoro a 740.000 addetti.
Una realtà schiva, che
rifugge dalle luci della ribalta, ma che attualmente si trova al centro
dell'attenzione, da quando un rapporto della Federcomin, la Federazione della
Confindustria che rappresenta le imprese di telecomunicazioni, radiotelevisione
e informatica, l'ha fotografata per accertare se e quanto i distretti si stiano
informatizzando e digitalizzando. Dopo aver studiato 51 distretti, fra
consolidati ed emergenti, e 32 localismi a base provinciale (distretti meno
strutturati), i ricercatori hanno scoperto che, se metà di queste aree esprime
una "genuina propensione per l'innovazione tecnologica" (soprattutto di tipo
informatico e telematico), nell'altra metà prevalgono ancora "atteggiamenti
sostanzialmente improntati alla passività o alla cautela". E comunque la svolta
digitale sembra essere il frutto di un "adeguamento forzato". Accanto a una
tendenza "propositiva" si nota cioè una sorta di "resistenza" di fondo
all'innovazione introdotta dalle nuove tecnologie dell'informazione e della
comunicazione.
Il rapporto Federcomin permette però di capire che, se metà dei distretti
industriali indugiano sulla soglia della net economy, la causa non sta in una
sorta di indifferenza nei confronti dell'era digitale. La mappa dei distretti
esprime chiaramente tutto il travaglio che accompagna l'atteggiamento di
"passività" nei confronti dell'information technology. Capofila della schiera
degli scettici sono distretti "storici" come quelli di Biella e Prato (industria
tessile), Valenza Po (gioielli), Pordenone e Bovolone-Cerea (legno e mobili),
Montebelluna (calzatura sportiva, che conta 4000 imprese). A questi distretti
non difetta certo il coraggio imprenditoriale per affrontare le nuove sfide; ma
il rapporto segnala uno stato d'animo: si esita a voltare pagina sul modello di
sviluppo finora sperimentato con successo. L'innovazione comporta una crisi
interiore, che si manifesta in tutta una serie di contraddizioni. Il distretto
di Oristano è tiepido nei confronti della net economy, pur essendo specializzato
nella produzione elettronica. Sono invece a favore dell'innovazione digitale
distretti tipicamente old economy, come Lumezzane, in provincia di Brescia
(lavorazione di metalli: che raccoglie più di 3500 imprese) e Modugno in
provincia di Bari (meccanica). Tra i distretti "storici", ce ne sono alcuni come
Sassuolo (piastrelle di ceramica) in quel di Modena e Arzignano (concia) in
provincia di Vicenza che - pur attaccati a un passato "glorioso" - sono pronti
ad arruolarsi con ardimento nel digitale. Langhirano-Collecchio (Parma) e Albese
(Cuneo), entrambi del settore alimentare, militano il primo tra i diffidenti e
il secondo tra gli entusiasti.
Ma il fatto più significativo è che buona
parte dei distretti che si dichiarano prudenti nei confronti di un
ammodernamento "spinto" dell'organizzazione aziendale, trainato da Internet,
credono profondamente nel progresso tecnologico, tanto è vero che investono in
modo massiccio in tecnologie innovative nei processi di produzione (ormai
caratterizzati da un forte contenuto informatico e telematico: si pensi ai
sistemi di automazione, basati sul controllo numerico). Tipici, al riguardo, i
distretti di Castelfidardo (strumenti musicali) in provincia di Ancona, e di
Valle del Sacco (chimica) in provincia di Frosinone, che hanno destinato alla
tecnologia il 15% del fatturato (mentre la media, nei distretti, è del 9%). La
propensione o meno a sposare la nuova tecnologia e la cultura che porta con sé
non dipende nemmeno dall'appartenenza al Nord o al Sud; la scelta è una
questione esclusivamente culturale, rileva Pietro Varaldo, direttore generale
della Federcomin.
Sono due i motivi per cui metà dei distretti industriali si proclamano ancora
prudenti nei confronti della net economy. Temono che questa costringa le imprese
a svelare alle proprie concorrenti anche i più inviolati segreti del business, e
metta gli imprenditori nella condizione di non poter più esercitare la propria
autonomia. «Questo timore è molto sentito e non esplode solo ora: era andato
crescendo, in modo esponenziale, da vent'anni in qua» conferma Ennio Pea, di
Lumezzane, titolare della Lls, Lavorazione leghe speciali, che produce viti di
titanio. Il rischio di diventare vulnerabili o addirittura di snaturarsi è però
un falso problema, secondo Luciano Consolati, segretario del Club dei distretti.
Da dieci anni la sua azienda offre servizi (formazione, consulenza e assistenza)
alle imprese e ora sta traghettando nella net economy 500 aziende old economy
del distretto di Lumezzane. «E' chiaro che, se si passa da una rete di vendita
reale a una virtuale, la trasformazione comporta che si mettano in comune anche
informazioni strategiche riguardanti la propria impresa. Ma quali? Quelle già
conosciute. Comunque, solo una parte delle informazioni messe in comune sarà
accessibile a tutti; il resto lo sarà soltanto a chi è in possesso di speciali
password». Consolati è d'accordo con il presidente della Federcomin, Alberto
Tripi1: appena le
aziende dei distretti potranno contare su una centrale virtuale di acquisti in
comune e toccheranno con mano i vantaggi di questa innovazione, la net economy
si farà strada da sola, anche nei distretti; «quasi per un processo di
imitazione», osserva.
Inoltre l'imperativo di unirsi per dare la maggiore
forza possibile al distretto industriale non giunge per la prima volta con la
net economy. Per accorgersene, basta risalire al momento in cui si forma ciascun
distretto. Alla base c'è spesso un filone di industria manifatturiera
tradizionale che talvolta ha anche un secolo di vita, come fa notare Consolati.
Ma, tra i fattori che fanno nascere questi fitti grappoli di imprese, per lo più
di piccole dimensioni, conta soprattutto l'interesse a realizzare potenti
economie di scala gestendo in comune alcune attività. «Le imprese si collegavano
a rete (e allora "rete" non voleva dire web) sulla base di relazioni più o meno
formali. Poi si è andati insieme all'estero, sono state aperte rappresentanze in
comune a Shangai, anche se ogni imprenditore seguiva i propri canali e si teneva
stretti i propri intermediari perchè gli garantivano un vantaggio sui
concorrenti», spiega il direttore generale della Federcomin. Negli altri paesi,
la "spaccatura", come la chiama il Rapporto, fra innovatori e conservatori non
esiste, per la semplice ragione che - fuori d'Italia - nel tessuto industriale
domina incontrastata la media e grande impresa.
Dove la piccola industria esisteva (in Francia, per esempio) e poteva anche
dar vita a qualcosa che somigliasse a un distretto, da tempo è avvenuto un
cambiamento a tappeto: gli insediamenti industriali di quel tipo possono aver
rappresentato il primo stadio del processo di industrializzazione, poi sono
stati assorbiti nella grande impresa. Sheffield in Inghilterra e Solingen in
Germania erano simboli di una grande tradizione di acciai e di lame. Ora non
producono più niente: commercializzano prodotti di altre imprese. E, dove regna
la media e grande impresa, non è affatto necessario, per essere competitivi,
mettere in comune le informazioni strategiche di ogni azienda.
«Negli altri
paesi avanzati, l'industria è di dimensioni tali che, per acquistare a buon
prezzo materie prime e semilavorati, non ha alcun bisogno di crearsi una
piattaforma comune da presentare ai venditori stranieri» fa notare Pietro
Varaldo. Il piccolo industriale dei distretti italiani che vende rubinetti
fatturando al massimo un miliardo all'anno, se vuole comprare la materia prima a
prezzo conveniente, deve aggregarsi ad altri operatori del suo stesso settore.
Invece la media impresa che, ogni anno, di miliardi ne fattura almeno 500
ottiene un forte sconto nel momento stesso in cui fa l'ordine di acquisto.
Ma
probabilmente gli imprenditori che stazionano titubanti sulla soglia della net
economy temono un pericolo più sottile. E' messo bene in luce nel caso della
Dell Computer, la grande società americana di elettronica che con l'information
technology ha rivoluzionato la propria struttura organizzativa. Oggi, quando un
cliente ordina un computer a un terminale della Dell, nessuno va a cercare il pc
nel magazzino, perché questo è stato eliminato e non esistono più giacenze.
Quando un cliente chiede un computer, l'ordine viene trasmesso direttamente alla
catena produttiva. Ma che cosa è avvenuto nel frattempo? La Dell Computer ha
aggregato lei i suoi fornitori, perché decide i prezzi ma anche i tempi del loro
lavoro, li ha trasformati in "terzisti" e con un sistema informatico è riuscita
a portare al massimo la produttività controllando l'intera produzione. E'
evidente che i fornitori hanno perduto la loro autonomia, davanti alla Dell. E'
quanto (sia pure in un contesto completamente diverso) temono gli imprenditori
di metà dei distretti industriali italiani. «C'è da chiedersi però se i terzisti
della Dell non siano - alla fine - soddisfatti del cambiamento», rileva Mauro Di
Giacomo, ricercatore del Censis. «Si rischia di dover rinunciare a un po' di
autonomia e di cedere un po' di informazioni? La perdita non è poi troppo grave,
quando sull'altro piatto della bilancia arrivano maggiore efficienza e quindi
ulteriore riduzione dei costi e maggiore competitività».
Ma la galassia dei distretti è attualmente in piena evoluzione anche per
l'arrivo di nuovi protagonisti. Un distretto di punta come Lumezzane è oggi
quello di Catania, dominante in un'area che viene ormai chiamata l'"Etna
Valley". Questo distretto è tuttavia molto diverso dal modello classico. Qui il
polo di sviluppo è cresciuto attorno a una grande impresa: la
STmicroelectronics, multinazionale la cui attività è praticamente concentrata a
Catania, in uno stabilimento per la produzione di semiconduttori che è tra i
maggiori del mondo. Attorno alla STmicroelectronics si sono insediate non
piccole imprese ma imprese medio-grandi, attratte dai finanziamenti regionali e
soprattutto dal fatto che l'Etna Valley è ormai ricca di risorse umane molto
qualificate. Quello di Catania è perciò un distretto tutto all'insegna
dell'information technology.
L'exploit di Etna Valley non significa affatto
che i distretti tradizionali stiano per perdere la loro identità. La loro
formula vincente, collaudata nel corso di alcuni decenni, conserva tutto il suo
valore; anzi - proprio se abbinata all'innovazione digitale - moltiplica la sua
forza di attrazione. La prova si è avuta a Genova da quando è nato il distretto
industriale. Tutta l'area era in crisi profonda, in seguito al crollo
dell'industria pesante. «Ora, con il distretto, sta crescendo, in modo
spontaneo, tutto un nuovo tessuto produttivo, fatto di piccole e piccolissime
imprese», riferisce il segretario, l'ingegner Luigi Miracoli. Elettronica e
tecnologie avanzate sono il campo di attività, e il distretto mira a fare di
Genova il baricentro di un arco mediterraneo di hi-tech che va dall'area di
Marsiglia-Nizza (dove spicca la tecnopoli di Sophia Antipolis) a quella di Pisa
(Università, Normale e Scuola superiore di S. Anna).
Nei distretti più
tradizionali il passaggio all'era digitale è appena accennato. Anche le imprese
che hanno varcato la frontiera della net economy «non possono ancora
considerarsi pienamente operative, su questo versante», osserva il direttore
generale della Federcomin. Tuttavia si può vedere da vicino a che punto è,
esattamente, la maturazione digitale delle piccole imprese dei distretti. E'
attraverso la posta elettronica che le aziende cominciano a stabilire rapporti
con la rete. Il 30-40% di esse dispone di un collegamento Internet e ha un
indirizzo di e-mail. Ma, di queste aziende attrezzate per la posta elettronica,
il 90% vi fa ricorso soltanto in modo molto sporadico, non ha ancora avviato un
vero dialogo interaziendale on line.
Se poi si passa a forme più evolute di servizi, le imprese che hanno
abbracciato la net economy si ritrovano in pochi distretti (il 15% circa), anche
se all'interno di questi rappresentano una percentuale compresa fra il 10 e il
30% delle aziende. Si tratta di una minoranza attiva che pratica la mailing list
e i gruppi di discussione. Dalla videoconferenza in su, a scoraggiare l'adesione
sono anche i costi. Abbastanza richiesto, comunque, è il sito web: incontra il
favore della larga maggioranza dei distretti e del 10-20% degli imprenditori che
ne fanno parte. Un segnale di evoluzione è il sito in comune, nato dall'
iniziativa di più imprese locali. Nel 28% dei distretti comincia ad acquistare
peso anche il portale interaziendale che mira alla promozione oppure a forme di
commercio elettronico.
Un passo più lungo della gamba è l'uso di software
per migliorare i processi produttivi. Pochissimi imprenditori infatti risultano
affiatati con tecniche come la business intelligence o il customer relationship
management. Nella pratica di tutti i giorni non è ancora entrata l'idea che
l'analisi computerizzata dei dati sia un ottimo supporto per le decisioni e che,
grazie al web, si possa scoprire l'identità della propria clientela e quali
prodotti le interessano di più.
E' vero che, nella grande maggioranza dei
casi, la conversione alla rete si limita alla posta elettronica ma, come
riferisce Consolati, le 500 imprese di Lumezzane assistite dalla Lumetel si
scambiano complessivamente 140.000 e-mail al mese; e non è poco. In generale,
però, il sito è ancora concepito come catalogo on line. In ogni caso, il 4% dei
distretti scopre che l'information technology è fatta proprio per l'economia
locale: le imprese che hanno una produzione industriale simile, se non identica,
possono adottare software di gestione notevolmente meno costosi, utilizzando
banche dati su fornitori, clienti, disposizioni di legge.
Non bisogna dimenticare un dato socio-economico, e anche psicologico,
abbastanza importante. Finora il dinamismo produttivo era partito dalla
provincia; erano stati i distretti a svolgere un ruolo propulsivo. Ora, per la
prima volta, la spinta viene dalle città, è qui che operano le grandi imprese
dell'information technology e delle telecomunicazioni. Anche per questa ragione,
l'innovazione digitale è vissuta, dalle piccole e piccolissime imprese, come un
cambiamento imposto dal di fuori. Mancano ricette miracolose per favorire la
rivoluzione digitale. Ennio Pea, di Lumezzane, pensa che poi, in fin dei conti,
ogni azienda sia un caso a sé. Probabilmente un certo dualismo tra innovazione e
conservazione durerà ancora un po' finchè tutti gli imprenditori dei distretti
si saranno resi conto che l'information technology è il veicolo migliore per far
conoscere al pubblico più vasto possibile i prodotti di nicchia dei distretti.
Nel giro di qualche anno, anche la mentalità del mini-imprenditore subirà
un'evoluzione. «Si renderanno conto - dice Ennio Pea - che è meglio essere
inseguiti che inseguire».
Del resto, in nessun paese la transizione è stata
fulminea. Le riserve psicologiche, anche generazionali, nei confronti della net
economy sono state superate nell'Europa del Nord e negli Stati Uniti, ma spesso
la trasparenza reciproca che le imprese si vantano di aver acquistata è soltanto
di facciata. (Secondo Pea, è l'Australia il paese nel quale le imprese si sono
emancipate più profondamente dai pregiudizi e da una mentalità miope). In Italia
si procede un passo dopo l'altro. Ai colleghi ancora incerti - nel suo come
negli altri distretti - Andrea Bregoli, titolare della IBExport di Lumezzane, fa
sapere che in un'azienda basta la più semplice delle innovazioni (perfino il
sito Internet che sostituisce il catalogo cartaceo) e già si risparmiano "vari
milioni all'anno". Di Giacomo, del Censis, descrive così questa fase di
passaggio che non sarà lunga: «Il Rapporto fotografa un'increspatura che in
alcune aree è già una vera onda».
Nota
1 Vedi l'intervista ad Alberto Tripi, in questo stesso numero di Telèma.