Massimo Riva

L'attuale crisi della new economy
è una vera decimazione, necessaria

E' accaduto quello che prevedevamo: la bolla borsistica è esplosa e l'elenco delle vittime si allunga, soprattutto nel mondo della telematica. Tuttavia sarebbe sbagliato passare dall'euforia al pessimismo: non è la fine della new economy, è soltanto il travagliato passaggio alla sua seconda fase. Questa "scrematura" sembra favorire più l'Europa che gli Stati Uniti. Ma forse è solo un vantaggio provvisorio.

La bolla borsistica è esplosa, com'era ormai nelle unanimi previsioni, ma lo spostamento d'aria che ne è seguito non accenna a placarsi. Da qualche mese l'elenco dei suoi danni e delle sue vittime si allunga, settimana dopo settimana, segnatamente nel mondo delle comunicazioni e della cosiddetta società dell'informazione. Una appresso all'altra chiudono i battenti imprese che pure hanno dato contributi importanti all'innovazione tecnologica, molte fra le maggiori aziende del settore sono costrette a sottoporsi a drastici piani di ridimensionamento, manager un tempo celebrati sono bruscamente sollevati dalle loro poltrone mentre, ai livelli inferiori, le perdite di posti di lavoro si contano nell'ordine delle migliaia da un giorno all'altro. Il fenomeno è generale o, meglio, globale come s'usa dire oggi. Ma, com'è logico, esso risulta più accentuato laddove la new economy è nata e ha avuto lo sviluppo più rapido e travolgente: cioè, negli Stati Uniti.
Ieri non si sbagliava nell'attribuire all'impatto benefico delle nuove tecnologie informatiche il forte recupero di competitività che ha sostenuto il boom economico dell'era clintoniana, assorbendo senza problemi anche la robusta rivalutazione del dollaro. Oggi probabilmente non si è lontani dal vero nel pensare che il ritrovato primato di crescita dei paesi europei sugli Usa sia anche un effetto della minore dipendenza dei loro sistemi produttivi dalla spinta della nuova economia. Che si tratti di un paradosso, non c'è dubbio: ma, come insegnava Luigi Einaudi, in economia proprio gli esempi paradossali sono quelli che consentono di avvicinarsi di più alla verità. E così, proprio perché più concentrata in produzioni e in investimenti negli ambiti tradizionali della cosiddetta vecchia economia, oggi l'Europa sembra in condizioni di guardare con minor preoccupazione degli Stati Uniti il mutamento di segno avvenuto nella congiuntura internazionale. Tant'è che le stime degli osservatori più qualificati - dall'Ocse al Fondo monetario - concordano nell'attribuire per quest'anno al vecchio continente tassi di crescita superiori a quello dell'economia americana.

E allora, fine della new e rivincita della old economy? No, assolutamente no. Dopo la folle euforia che ha accompagnato la nascita del fenomeno Internet negli Stati Uniti ovvero l'esplosione del mercato delle telecomunicazioni in Europa, oggi sarebbe parimenti insensato precipitare in una visione del tutto pessimistica sulle prospettive future del mondo telematico. In realtà, quel che sta accadendo è ciò che i più saggi avevano previsto fin dal principio. Punto primo: che la straordinaria scalata delle quotazioni dei titoli della nuova economia avrebbe dapprima favorito con sovrabbondanza di denaro una moltiplicazione irrazionale di iniziative imprenditoriali, ma con il contrappasso di rendere in seguito ancora più feroce e brutale l'inevitabile selezione della specie. Punto secondo: che in questa resa dei conti sarebbero più facilmente sopravvissute le imprese della "new economy" magari meno avveniristiche e però più vicine alle esigenze di innovazione delle aziende tradizionali.
In altre parole, quello cui stiamo assistendo è semplicemente l'inizio della fine dell'età pionieristica nel settore della telematica. Si ripete così un processo fisiologico e ben noto dalla rivoluzione industriale in poi. Un secolo fa soltanto a Torino non bastavano le dita di due mani per contare il numero delle officine che si erano lanciate nella produzione di quell'oggetto allora avveniristico che era l'automobile. Oggi, dopo che questo mezzo di trasporto è diventato un bene di consumo comune al centro di un mercato ricchissimo, le dita di due mani bastano e avanzano per registrare i maggiori produttori del mondo intero. Non è detto che la corsa al gigantismo debba essere l'unica via di sopravvivenza obbligata anche per le imprese del complesso mondo delle telecomunicazioni e della cosiddetta net economy, ma è un fatto che i primi segni della ristrutturazione in corso nel settore sembrano andare nella direzione di accorpamenti sempre più frequenti e con specifico riguardo a sinergie con aziende della vecchia economia. E ciò anche perché i mercati finanziari sembrano particolarmente disposti a premiare questo genere di alleanze.

Un caso fra i più significativi in proposito è quello della ben nota libreria on line Amazon. Nella primavera dell'anno scorso le azioni di questa impresa erano quotate sopra i 70 dollari e poi, nei mesi successivi, sono precipitate al di sotto dei dieci. In queste ultime settimane il titolo ha avuto un'improvvisa rianimazione solo quando si è diffusa in Borsa la voce di un possibile accordo commerciale fra Amazon e il gruppo Wal Mart, che controlla la maggiore catena di grandi magazzini del mondo. Attenzione: non è che gli investitori abbiano immaginato che Amazon potesse aprire una libreria in tutti i magazzini Wal Mart ovvero che quest'ultima meditasse di sbaraccare di colpo tutti i suoi shopping center per concentrarsi nelle vendite in rete. Molto più razionalmente hanno individuato in questo progetto un profittevole incontro tra il commercio elettronico del futuro e quello tuttora solidissimo e insostituibile del presente.
Resta da chiedersi quali possano essere i tempi, probabilmente non brevi, di questo passaggio evolutivo verso una new economy di seconda generazione. Non è facile fare previsioni al riguardo per la fondamentale ragione che la velocità e i modi del processo in atto sono strettamente legati all'evoluzione della congiuntura economica e finanziaria generale. Il rallentamento della crescita che si sta delineando un po' dappertutto - sebbene con differente incisività tra Stati Uniti, Europa e Giappone - minaccia al tempo stesso di rendere più dura e più prolungata questa fase di ristrutturazione. Molto dipenderà dalle politiche economiche e, in larga misura, monetarie adottate dai governi nazionali e dalle banche centrali.

Negli Stati Uniti la Federal reserve sta dichiaratamente praticando una strategia del costo del denaro orientata ad alleggerire gli oneri finanziari delle imprese e a rianimare i corsi di Borsa: la prova provata è che Alan Greenspan dal principio di quest'anno ha già deciso cinque tagli consecutivi dei tassi d'interesse portando il livello del saggio sul dollaro al di sotto di quello sull'euro, a dispetto del fatto che l'inflazione americana stia viaggiando tuttora a una velocità di circa mezzo punto superiore a quella del vecchio continente. Più che a rilanciare il ciclo economico, finora gli sforzi della Federal reserve sono serviti probabilmente a evitare che l'economia americana si avvitasse in una spirale recessiva, che avrebbe potuto pesantemente aggravare i termini della crisi della nuova come della vecchia economia. Scongiurato questo pericolo maggiore, è ora ragionevole pensare che nei prossimi mesi il combinato disposto della linea monetaria morbida di Greenspan e degli sgravi fiscali decisi dal presidente Bush rendano più vicina per l'economia americana la fuoriuscita dal tunnel attuale.
In Europa la situazione appare, al tempo stesso, migliore e peggiore. Migliore perché, come si diceva in principio, la tenuta dell'economia tradizionale contribuisce per il momento ad allontanare le minacce di un avvitamento recessivo. Peggiore, tuttavia, perché la strategia della Banca centrale europea sul costo del denaro appare ossessivamente concentrata sul miraggio di non superare un'inflazione del due per cento, nella più sorda indifferenza ai rischi ai quali possano essere esposte le imprese continentali a causa di tassi d'interesse superiori a quelli del dollaro. In questo divario di linea tra Fed e Bce ci sono le premesse perché lo sfasamento tra la congiuntura americana e quella europea, oggi favorevole a quest'ultima, possa fra qualche mese invertire il suo segno: cioè, che l'Europa accentui la frenata proprio quando gli Stati Uniti riprendono velocità.