E' accaduto quello che prevedevamo: la bolla borsistica è esplosa e l'elenco delle vittime si allunga, soprattutto nel mondo della telematica. Tuttavia sarebbe sbagliato passare dall'euforia al pessimismo: non è la fine della new economy, è soltanto il travagliato passaggio alla sua seconda fase. Questa "scrematura" sembra favorire più l'Europa che gli Stati Uniti. Ma forse è solo un vantaggio provvisorio.
La bolla borsistica è esplosa, com'era ormai nelle unanimi previsioni, ma lo
spostamento d'aria che ne è seguito non accenna a placarsi. Da qualche mese
l'elenco dei suoi danni e delle sue vittime si allunga, settimana dopo
settimana, segnatamente nel mondo delle comunicazioni e della cosiddetta società
dell'informazione. Una appresso all'altra chiudono i battenti imprese che pure
hanno dato contributi importanti all'innovazione tecnologica, molte fra le
maggiori aziende del settore sono costrette a sottoporsi a drastici piani di
ridimensionamento, manager un tempo celebrati sono bruscamente sollevati dalle
loro poltrone mentre, ai livelli inferiori, le perdite di posti di lavoro si
contano nell'ordine delle migliaia da un giorno all'altro. Il fenomeno è
generale o, meglio, globale come s'usa dire oggi. Ma, com'è logico, esso risulta
più accentuato laddove la new economy è nata e ha avuto lo sviluppo più rapido e
travolgente: cioè, negli Stati Uniti.
Ieri non si sbagliava nell'attribuire
all'impatto benefico delle nuove tecnologie informatiche il forte recupero di
competitività che ha sostenuto il boom economico dell'era clintoniana,
assorbendo senza problemi anche la robusta rivalutazione del dollaro. Oggi
probabilmente non si è lontani dal vero nel pensare che il ritrovato primato di
crescita dei paesi europei sugli Usa sia anche un effetto della minore
dipendenza dei loro sistemi produttivi dalla spinta della nuova economia. Che si
tratti di un paradosso, non c'è dubbio: ma, come insegnava Luigi Einaudi, in
economia proprio gli esempi paradossali sono quelli che consentono di
avvicinarsi di più alla verità. E così, proprio perché più concentrata in
produzioni e in investimenti negli ambiti tradizionali della cosiddetta vecchia
economia, oggi l'Europa sembra in condizioni di guardare con minor
preoccupazione degli Stati Uniti il mutamento di segno avvenuto nella
congiuntura internazionale. Tant'è che le stime degli osservatori più
qualificati - dall'Ocse al Fondo monetario - concordano nell'attribuire per
quest'anno al vecchio continente tassi di crescita superiori a quello
dell'economia americana.
E allora, fine della new e rivincita della old economy? No, assolutamente no.
Dopo la folle euforia che ha accompagnato la nascita del fenomeno Internet negli
Stati Uniti ovvero l'esplosione del mercato delle telecomunicazioni in Europa,
oggi sarebbe parimenti insensato precipitare in una visione del tutto
pessimistica sulle prospettive future del mondo telematico. In realtà, quel che
sta accadendo è ciò che i più saggi avevano previsto fin dal principio. Punto
primo: che la straordinaria scalata delle quotazioni dei titoli della nuova
economia avrebbe dapprima favorito con sovrabbondanza di denaro una
moltiplicazione irrazionale di iniziative imprenditoriali, ma con il
contrappasso di rendere in seguito ancora più feroce e brutale l'inevitabile
selezione della specie. Punto secondo: che in questa resa dei conti sarebbero
più facilmente sopravvissute le imprese della "new economy" magari meno
avveniristiche e però più vicine alle esigenze di innovazione delle aziende
tradizionali.
In altre parole, quello cui stiamo assistendo è semplicemente
l'inizio della fine dell'età pionieristica nel settore della telematica. Si
ripete così un processo fisiologico e ben noto dalla rivoluzione industriale in
poi. Un secolo fa soltanto a Torino non bastavano le dita di due mani per
contare il numero delle officine che si erano lanciate nella produzione di
quell'oggetto allora avveniristico che era l'automobile. Oggi, dopo che questo
mezzo di trasporto è diventato un bene di consumo comune al centro di un mercato
ricchissimo, le dita di due mani bastano e avanzano per registrare i maggiori
produttori del mondo intero. Non è detto che la corsa al gigantismo debba essere
l'unica via di sopravvivenza obbligata anche per le imprese del complesso mondo
delle telecomunicazioni e della cosiddetta net economy, ma è un fatto che i
primi segni della ristrutturazione in corso nel settore sembrano andare nella
direzione di accorpamenti sempre più frequenti e con specifico riguardo a
sinergie con aziende della vecchia economia. E ciò anche perché i mercati
finanziari sembrano particolarmente disposti a premiare questo genere di
alleanze.
Un caso fra i più significativi in proposito è quello della ben nota libreria
on line Amazon. Nella primavera dell'anno scorso le azioni di questa impresa
erano quotate sopra i 70 dollari e poi, nei mesi successivi, sono precipitate al
di sotto dei dieci. In queste ultime settimane il titolo ha avuto un'improvvisa
rianimazione solo quando si è diffusa in Borsa la voce di un possibile accordo
commerciale fra Amazon e il gruppo Wal Mart, che controlla la maggiore catena di
grandi magazzini del mondo. Attenzione: non è che gli investitori abbiano
immaginato che Amazon potesse aprire una libreria in tutti i magazzini Wal Mart
ovvero che quest'ultima meditasse di sbaraccare di colpo tutti i suoi shopping
center per concentrarsi nelle vendite in rete. Molto più razionalmente hanno
individuato in questo progetto un profittevole incontro tra il commercio
elettronico del futuro e quello tuttora solidissimo e insostituibile del
presente.
Resta da chiedersi quali possano essere i tempi, probabilmente non
brevi, di questo passaggio evolutivo verso una new economy di seconda
generazione. Non è facile fare previsioni al riguardo per la fondamentale
ragione che la velocità e i modi del processo in atto sono strettamente legati
all'evoluzione della congiuntura economica e finanziaria generale. Il
rallentamento della crescita che si sta delineando un po' dappertutto - sebbene
con differente incisività tra Stati Uniti, Europa e Giappone - minaccia al tempo
stesso di rendere più dura e più prolungata questa fase di ristrutturazione.
Molto dipenderà dalle politiche economiche e, in larga misura, monetarie
adottate dai governi nazionali e dalle banche centrali.
Negli Stati Uniti la Federal reserve sta dichiaratamente praticando una
strategia del costo del denaro orientata ad alleggerire gli oneri finanziari
delle imprese e a rianimare i corsi di Borsa: la prova provata è che Alan
Greenspan dal principio di quest'anno ha già deciso cinque tagli consecutivi dei
tassi d'interesse portando il livello del saggio sul dollaro al di sotto di
quello sull'euro, a dispetto del fatto che l'inflazione americana stia
viaggiando tuttora a una velocità di circa mezzo punto superiore a quella del
vecchio continente. Più che a rilanciare il ciclo economico, finora gli sforzi
della Federal reserve sono serviti probabilmente a evitare che l'economia
americana si avvitasse in una spirale recessiva, che avrebbe potuto pesantemente
aggravare i termini della crisi della nuova come della vecchia economia.
Scongiurato questo pericolo maggiore, è ora ragionevole pensare che nei prossimi
mesi il combinato disposto della linea monetaria morbida di Greenspan e degli
sgravi fiscali decisi dal presidente Bush rendano più vicina per l'economia
americana la fuoriuscita dal tunnel attuale.
In Europa la situazione appare,
al tempo stesso, migliore e peggiore. Migliore perché, come si diceva in
principio, la tenuta dell'economia tradizionale contribuisce per il momento ad
allontanare le minacce di un avvitamento recessivo. Peggiore, tuttavia, perché
la strategia della Banca centrale europea sul costo del denaro appare
ossessivamente concentrata sul miraggio di non superare un'inflazione del due
per cento, nella più sorda indifferenza ai rischi ai quali possano essere
esposte le imprese continentali a causa di tassi d'interesse superiori a quelli
del dollaro. In questo divario di linea tra Fed e Bce ci sono le premesse perché
lo sfasamento tra la congiuntura americana e quella europea, oggi favorevole a
quest'ultima, possa fra qualche mese invertire il suo segno: cioè, che l'Europa
accentui la frenata proprio quando gli Stati Uniti riprendono velocità.