Mauro Masi

La rete è un luogo di libertà
ma gli autori hanno i loro diritti

Proprio perché facilita in modo straordinario la diffusione delle opere dell'ingegno, Internet ne ha messo in pericolo la protezione. Ma adesso le cose sono cambiate. Il commissario straordinario della Siae illustra le iniziative intraprese per difendere da pirati e falsari i diritti degli autori e assicurare loro il giusto compenso. Una nuova licenza multimediale e un Dna digitale per ciascuna opera.

Solo pochi anni fa, in piena rivoluzione digitale, il problema della protezione dei contenuti nella rete sembrava inutile, di poco conto, comunque inattuale. Oggi è forse il problema centrale su cui si concentrano entità soprannazionali, governi, imprese, giuristi e non solo le organizzazioni che tutelano il diritto d'autore; questione che proprio le nuove tecnologie di comunicazione hanno prepotentemente lanciato alla ribalta, sottraendola agli ambiti specialistici cui era stata confinata dalla "routine" di consuete e definite fruizioni culturali.
Non v'è dubbio, infatti, che Internet abbia rappresentato un cambiamento epocale anche nella diffusione e nella fruizione di quelle che con gergo giuridico vengono definite opere dell'ingegno. Musica, cinema, immagini, testi, insomma l'universo culturale della parola stampata o del suono o dell'immagine fissata sul supporto può essere ridotto in forma numerica, trasmesso e facilmente scaricato da milioni di computer di tutto il mondo.
Internet era ed è, dunque, una grande opportunità per gli autori e per l'industria culturale d'oggi, ma anche un grande pericolo. Opportunità perché permette una sempre maggiore diffusione, pericolo per il fatto che la tecnologia, permettendo di aggirare il diritto d'autore, non offriva alcuna remunerazione ad autori, editori, produttori, artisti-esecutori, indebolendo così la fonte della creatività, con esiti fatalmente disastrosi. Internet, nella sua prima fase, appariva come l'assoluto regno della libertà, un nuovo territorio senza tetti né leggi, dove tutto era possibile. In questo nuovo contesto rilasciare un'opera in forma numerica voleva quasi dire perderla e poco valeva il ricorso al buon senso che comunque inscriveva Internet in un mondo di leggi, di regole giuridiche ed economiche.

Oggi le cose sono cambiate. E' finita l'era della free Internet e i contenuti reclamano giustamente la loro protezione. Basterebbe citare la stranota sentenza Napster con cui i giudici americani hanno impedito di continuare a far registrare musica senza corrispondere i diritti d'autore oppure la "Direttiva sul diritto d'autore e sui diritti connessi nella società dell'informazione", recentemente approvata dalla Commissione europea, o il "Digital millenium copyright act", emanato dagli Usa nel 1998. L'assunto principale di questi provvedimenti si sta ora dispiegando appieno anche nella realtà sociale. In un recente incontro a Stresa, organizzato dal Centro nazionale di prevenzione e difesa sociale e dedicato proprio a Internet e al diritto d'autore, David Boies, l'avvocato americano che ha difeso Napster in giudizio nei tribunali americani, è partito da un riconoscimento fondamentale: «La tutela della proprietà intellettuale è necessaria perché gli autori e gli inventori siano premiati nella creatività e nell'innovazione». Gli ha fatto eco Guido Rossi: «La necessità di proteggere la proprietà intellettuale col copyright o il brevetto deriva soprattutto dalla necessità di favorire tutti i possibili investimenti nella ricerca che, senza quella protezione, non solo sarebbero scoraggiati, ma verrebbero probabilmente abbandonati».
Leggi, direttive e consapevolezze diffuse vanno dunque in un'unica direzione, quella secondo cui non può esistere, se non con le dovute eccezioni, un utilizzo di opere su Internet senza che vi sia il consenso degli autori, degli editori e dei produttori. E' questo un punto fondamentale, sotto l'aspetto non soltanto economico ma anche morale. L'orientamento giuridico europeo, che viene ripreso anche nella "Direttiva sul diritto d'autore e sui diritti connessi nella società dell'informazione", riconosce infatti all'autore un diritto morale a non veder mutilata, manomessa o strumentalizzata la propria opera, anche in un mezzo di diffusione come Internet. E' un punto importante perché ribadisce il consenso preventivo degli autori come sigillo di garanzia dell'autonomia e della proprietà intellettuale.

Certo i confronti o i conflitti non sono risolti (e non sarebbe possibile in una società sempre più globale e dinamica). Proprio perché il diritto d'autore considera interessi di natura diversa (economici con investimenti industriali rilevanti, sociali e culturali) nel contesto di un'utenza potenzialmente planetaria e altamente tecnologizzata, il suo peso rischia di apparire rilevante rispetto alle componenti di costi riferibili ai prodotti tradizionali dell'industria culturale. In questi ultimi, le spese per il supporto materiale, la stampa, o l'incisione e la registrazione, per la spedizione e la distribuzione, per il magazzinaggio, per le scorte e via dicendo, avevano un'incidenza ben maggiore di quella determinata dalla corresponsione dei diritti. Nel mercato caratterizzato dalla comunicazione digitale assistiamo a un fenomeno, per così dire, di materializzazione, poiché si riducono in modo radicale componenti tradizionali di costo e viene ad assumere quindi maggior peso un fattore - il costo dei diritti - sinora "percepito" quasi come complementare. Questo fenomeno solo in apparenza rafforza la posizione dell'autore, anzi può facilmente capovolgersi a suo danno, poiché il misconoscimento dei suoi diritti tende naturalmente a rientrare in maniera risolutiva fra quelle valutazioni economiche di impresa capaci di determinare orientamenti ben precisi della produzione e dello stesso mercato. Anche se il misconoscimento sistematizzato del diritto d'autore sulla rete sembra, oggi, un'ipotesi estrema e impercorribile, c' è comunque un'altra insidia alle porte: la sua riduzione a una sorta di equo compenso da riconoscere ai titolari. Non più un diritto esclusivo, ma una particolare forma di espropriazione per pubblica utilità, un sinonimo di licenza legale, istituto escluso dalla Convenzione di Berna, che lo prevede solo in via eccezionale. Contro questa ipotesi sta tutta la nostra tradizione giuridica, oltre a una precisa presa di posizione fondata sull'esigenza di tutelare, con l'autore, le radici stesse della libertà creativa.
E' dunque su questo piano che si giocherà il futuro confronto sui diritti d'autore: da una parte le imprese della rete che tenderanno non soltanto ad abbassare i diritti, ma a ottenere la facoltà di utilizzare sempre e comunque, attraverso un sistema di licenza legale, le opere; dall'altra gli autori, gli editori, i produttori di opere che tenderanno a difendere il principio della libertà di contrattazione. Una libertà che si fonda sul principio che il diritto d'autore è un diritto soggettivo, del singolo individuo: le società d'autori, in questo senso, non sono che intermediari fra gli stessi autori e gli utilizzatori delle opere; fra i singoli autori e i megaportali della rete.

Così come non poteva essere accettabile l'idea di un'Internet terra di nessuno, non si può nemmeno pensarla in chiave luddista e proibizionista, accogliendo quindi le regole basilari della proprietà intellettuale e le possibilità d'una diffusione che rispetti i contenuti. Un esempio in tal senso viene dalla recentissima licenza multimediale approntata dalla Siae, grazie alla quale i provider che intendano diffondere, in rete, opere musicali tutelate possono farlo in modo pienamente legittimo. La licenza, valida per le utilizzazioni on line del repertorio musicale tutelato dalla Siae presenta due elementi distintivi di fondo: la garanzia di un ritorno economico per gli aventi diritto (autori ed editori) con possibilità di verifiche da parte della stessa Siae; la flessibilità e l'agilità in sintonia con i nuovi modelli della new economy per evitare che le imprese debbano troppo spesso chiedere modifiche o integrazioni relative al pagamento dei diritti, in conseguenza del rapido evolversi dei modelli di business e delle tecnologie.
L'innovazione principale è quella di distinguere chi fa un uso intensivo della musica su cui basa il proprio business (ad esempio una radio web o un sito che distribuisce musica) da chi, invece, utilizza la musica in modo limitato, come elemento complementare offerto ai visitatori del sito. Sotto il profilo dei compensi, introducendo un sistema analogo a quello in vigore per il broadcasting, si è passati da un compenso forfettario di ridotta entità a uno proporzionale, che tiene conto di una serie di parametri. I diritti vengono corrisposti dai titolari d'un sito o dai gestori di una rete residenti in Italia, cioè i providers che mettono a disposizione repertori musicali o predispongono programmi con opere musicali affidate in tutela alla Siae (non solo quelle dei suoi iscritti, ma, grazie ad accordi di reciprocità con altre società d'autori, anche quelle degli autori di tutto il mondo). I compensi vengono corrisposti in percentuale sugli introiti del sito web, cioè abbonamenti, pubblicità, sponsorizzazioni. E' questo un modo fondamentalmente antiproibizionista che non demonizza la rete, negando la possibilità di utilizzo delle opere protette, ma le mette a disposizione della new economy, garantendo però i diritti degli autori. Non è un caso che i maggiori providers stiano sottoscrivendo proprio in questi giorni la licenza multimediale.

Ma Internet rappresenta per le società d'autori una grande sfida proprio perché essa rilancia il loro ruolo d'intermediazione, a patto che sappiano trovare strumenti duttili ed efficaci e riescano a tradurre il diritto in operatività. Le società d'autori dovranno divenire sempre più sportelli globali dei diritti, proprio per semplificare l'attività di chi assembla opere multimediali: un solo interlocutore riduce enormemente tempi e costi di lavoro per gli editori e i produttori multimediali che debbono richiedere diritti per una vasta gamma di opere.
Sul piano più strettamente economico, la rete sta già rappresentando un nuovo campo di attività dal quale non si può prescindere. Il mercato della musica on line, secondo la società Jupiter research, l'anno scorso ha sfiorato in Europa i 330 milioni di Euro (quasi 650 miliardi di lire) e alla fine di quest'anno oltrepasserà i 500 milioni di Euro (più di 950 miliardi) per raggiungere, nel 2006, un valore complessivo di fatturato superiore ai 2 miliardi di Euro (quasi 4.000 miliardi di lire). E bisogna poi ricordare che i contenuti diffusi in rete non sono solo quelli musicali.

Nel circolo virtuoso di risanamento economico imboccato dalla Siae (il bilancio consuntivo '99 ha presentato un attivo di 7,7 miliardi; quello di previsione per il 2000 evidenzia un utile netto di 24 miliardi) sta assumendo grande importanza proprio la tutela delle opere on line, che va estendendosi sempre più. Un ultimo esempio è quello della licenza approntata dalla Siae relativa ai diritti d'autore per le musiche tutelate, usate come suonerie dei cellulari. Un'iniziativa che si applica a un business in grande espansione sia per ciò che riguarda la rete (la Envisional, società di monitoraggio dei siti, calcola che nella sola Gran Bretagna il fenomeno provoca, in termini di diritti d'autore, un danno di svariati miliardi all'anno), sia per la telefonia mobile. Ma nell'esempio in questione, conta anche l'aspetto per così dire culturale. I siti che offrono la possibilità di scaricare non solo a pagamento ma anche "gratuitamente" files di suonerie musicali con motivi tutelati sembravano non accorgersi di mettere in commercio qualcosa che non gli apparteneva e che non avevano acquistato. Il fatto poi di offrirlo "gratuitamente" in rete sembrava esentare da qualsiasi forma di diritto d'autore. A questo punto la Siae ha fatto notare due cose: quando si utilizza un lavoro altrui (in questo caso musica, canzoni) si chiede comunque un permesso e si paga un compenso, qualsiasi uso se ne faccia; in secondo luogo quello che sembra gratuito non lo è. Vi sono gestori telefonici che "regalano" le suonerie in cambio dell'abbonamento, oppure siti che le offrono "gratis", ma in cambio di qualcos'altro. E cioè di un maggior numero di contatti che permette al sito di accrescere il proprio valore agli occhi dei possibili clienti pubblicitari: più visite, maggior interesse a fare pubblicità. Le suonerie diventano così regali utili ad aumentare un valore commerciale da far pesare anche in eventuali vendite o quotazioni azionarie della società proprietaria del sito. Con la musica tutelata, quindi, viene "regalato" grazie alla rete, per precisi fini commerciali o promozionali, qualcosa che non si possiede e per cui non si paga il compenso dovuto agli autori. In questo caso la rete maschera, per così dire, il proprio business.

La protezione dei contenuti dovrà esercitarsi necessariamente anche su un altro piano: quello della difesa tecnologica delle opere. Il nodo ancora da sciogliere è raggiungere uno standard condiviso capace di rendere disponibili sulla rete suoni e immagini protette; un certificato e una chiave digitali che permetteranno la fruizione d'un video o d'una musica. Dotando ogni opera del proprio Dna digitale e mappando così gli immensi data base delle società d'autori, che contengono di fatto i repertori di tutto il mondo, sarà possibile seguire il percorso sulla rete d'un film o d'una musica. Diritto e tecnologia, insomma, vanno di pari passo nel difendere i diritti della creatività.