Odoardo Brugia

Vademecum per stare lontani
da vandali, spioni e manigoldi

Molte le possibilità di attacco a una fortezza informatica, ma le contromisure sono di più: dalle codifiche a correzione d'errore alla crittografia, dalla protezione elettromagnetica alla prevenzione di virus e "cavalli di Troia". Gli strumenti offerti dalle tecnologie avanzate portano alla massima espressione principi di tutela concettualmente già conosciuti molti secoli fa.

1. Introduzione.
E' noto che lungo le vie consolari dell'impero romano si snodavano, almeno fin dai tempi di Traiano, linee di comunicazioni ottiche le cui stazioni erano costituite da torri, ciascuna delle quali trasmetteva alla successiva segnali luminosi in codice, generati mediante esposizione di fiaccole, accese in vario numero e in varie posizioni; le torri erano cinte da palizzate, per proteggerle, verosimilmente, da incursioni nemiche (nelle provincie di confine) o da razzie di predoni, e per rendere così più sicura la trasmissione. Una conferma di questa realtà è rintracciabile in un bassorilievo della colonna traiana, nel quale spiccano un edificio a forma di torre, una fiaccola accesa che sporge dalla sua sommità, una palizzata, che lo recinge. La scena si presta a essere assunta come icona del tema che mi accingo a svolgere: la sicurezza dell'informazione.
Dal "telegrafo" ottico degli antichi romani al telegrafo elettrico di Morse, dal telefono di Meucci alla radio di Marconi e all'iconoscopio di Zworykin, dal doppino al cavo coassiale e alla fibra ottica, dalla valvola al transistor e al circuito integrato, dalla microelettronica all'optoelettronica, dall'analogico al numerico, dal ponte radio terrestre al satellitare, la tecnologia delle telecomunicazioni ha compiuto giganteschi progressi che consentono di realizzare servizi sempre più efficienti e innovativi, come il fax e la posta elettronica, il bancomat e l'automazione di altre operazioni bancarie, le carte intelligenti e il commercio elettronico, la navigazione su Internet, le nuove generazioni di sistemi telefonici cellulari, ecc. E' superfluo elencare i molteplici benefici che il progresso delle telecomunicazioni mira ad apportare nelle relazioni tra popoli e tra individui, nella diffusione della cultura e della scienza, nei rapporti commerciali e in vari altri ambiti. In vista del conseguimento di tali benefici, l'informazione che viaggia attraverso le reti, o che viene immagazzinata negli archivi elettronici e nei supporti magnetici, o che è trattata negli elaboratori numerici, assurge al valore d'un bene prezioso: un bene che deve essere perciò validamente protetto contro i pericoli e le insidie che sotto varie forme lo minacciano. Ecco il fine ultimo di quella che va sotto il nome di sicurezza dell'informazione, e che non esito a considerare come una nuova emergente scienza.

La sicurezza dell'informazione è una scienza largamente interdisciplinare, che affonda le sue radici teoriche in varie branche specialistiche della matematica, della fisica, della statistica e della complessità computazionale; che stimola l'approfondimento delle conoscenze riguardanti la realizzazione dei circuiti integrati, degli elaboratori quantistici e di efficienti schermature elettromagnetiche; che coinvolge delicati aspetti sociali, etici e giuridico-legali. Le principali parti in cui essa può essere suddivisa sono: 1) analisi dei rischi, per individuare e quantificare i pericoli e le minacce a cui l'informazione si trova esposta; 2) realizzazione delle contromisure, intese come strumenti atti a ridurre quanto più possibile i suddetti rischi; 3) problemi di natura sociale, etica e giuridico-legale connessi con la sicurezza dell'informazione; 4) certificazione della sicurezza.
Concentrerò l'attenzione sulle prime due parti; tralascerò la terza, che esula dalle mie competenze; lascerò ad altra penna la trattazione specifica del tema della certificazione1.

2. Analisi dei rischi.
Per introdurre in modo scorrevole il discorso sull'analisi dei rischi nelle telecomunicazioni, provo a indossare i panni del "turrifex" traianeo e a immaginare, mantenendomi in bilico fra storia e fantastoria, come costui analizzerebbe i rischi da cui erano minacciate, duemila anni fa, le comunicazioni ottiche dell'antica Roma.
Esisteva certamente una categoria di rischi legati ad accidentali avversità meteorologiche. Nella torre trasmittente, intense piogge o nevicate potevano spegnere qualche fiaccola che nel segnale luminoso da generare in quel momento doveva rimanere accesa, o un capriccioso colpo di vento poteva sospingere la fiamma d'una fiaccola a lambire e accenderne, direi per simpatia, un'altra che doveva invece rimanere spenta; in entrambi i casi, la torre ricevente avrebbe percepito un segnale degradato. Chiamerò non intenzionali, perché legate a cause accidentali indipendenti dalla volontà umana, queste degradazioni e le corrispondenti minacce.
Esisteva un'altra categoria di rischi legati a cause che chiamerò intenzionali, perché derivanti dal deliberato proposito di usufruire indebitamente dell'informazione, o di falsificarla maliziosamente. I barbari che premevano sui confini dell'impero, conoscendo l'eccezionale potenzialità e prontezza difensiva del sistema di telecomunicazioni dei romani, potrebbero aver tentato, per neutralizzarla, i due seguenti tipi di attacco.
Primo tipo. Dopo aver invaso la Raetia, i Quadi minacciano di penetrare in Italia attraverso le Alpi Retiche. Gli avamposti romani segnalano prontamente, mediante il "telegrafo" ottico, l'imminente pericolo, chiedendo altresì adeguati rinforzi alle legioni stanziate nel Noricum; tuttavia i barbari, captato il messaggio, evitano i rinforzati passi retici e valicano senza incontrare resistenza gli sguarniti passi carnici, spingendosi a cingere d'assedio Aquileia. Si tratta dell'indebita fruizione di un'informazione che doveva rimanere segreta. Secondo tipo. Anche i Marcomanni sono sul piede di guerra e, dopo aver devastato il Noricum, si apprestano a seguire le orme dei Quadi. La più periferica torre "telegrafica" invia allora alla successiva l'allarmata informazione che i Marcomanni minacciano i passi carnici; ma di questa torre si è già impadronito un commando nemico, che altera a proprio vantaggio il segnale ricevuto modificandolo nell'innocuo messaggio: i Marcomanni non minacciano i passi carnici. Si tratta, è evidente, di una maliziosa falsificazione dell'autenticità dell'informazione2.

Ma è tempo ormai di tornare ai nostri giorni per vedere quali nuovi rischi minacciano gli odierni sistemi di telecomunicazioni e come le antiche minacce mutano il pelo ma non il vizio. Farò particolare riferimento ai sistemi numerici binari, nei quali l'informazione viaggia sotto forma di segnali in codice che sono costituiti da presenze e assenze di impulsi elettrici, associate rispettivamente alle cifre binarie 1 e 0, e variamente combinate. Se si identifica la presenza di impulso (cifra 1) con la fiaccola accesa e la sua assenza (cifra 0) con la fiaccola spenta, questi sistemi di comunicazione assomigliano al "telegrafo" ottico degli antichi romani.
Quali sono per gli attuali sistemi di telecomunicazioni gli equivalenti delle minacce non intenzionali? Sono i rumori, le distorsioni, le interferenze, le diafonie e tutti gli altri disturbi elettrici che vanno a danneggiare il segnale lungo la via di trasmissione. In particolare, nei sistemi numerici binari, questi danneggiamenti possono accidentalmente esser tali da impedire in ricezione il corretto riconoscimento di qualcuna delle cifre originarie. Infatti, se i disturbi sono così forti da smorzare per più della metà l'impulso associato alla cifra 1, il ricevitore stima che la cifra originaria sia 0 quando invece è 1; se sono tali, in assenza di impulso, da innalzare il livello del segnale al disopra della sua semiampiezza, il ricevitore stima che la cifra originaria sia 1 quando invece è 0. A queste scorrette stime si dà il nome di errori: omissivi quando l'originario 1 è stimato come 0, immissivi quando l'originario 0 è stimato come 1. L'errore omissivo equivale alla fiaccola spenta dalla pioggia, quando doveva restare accesa; l'errore immissivo equivale alla fiaccola accesasi per simpatia, quando doveva restare spenta.

Gli equivalenti delle indebite fruizioni sono gli attentati alla segretezza dell'informazione: segretezza che è richiesta non solo a salvaguardia dei sistemi informatici e comunicativi militari e diplomatici, ma anche a tutela di quelli pubblici. Gli attentatori, cioè, non sono solo i servizi spionistici ostili, ma anche coloro che cercano di intercettare illegalmente le comunicazioni tra interlocutori privati o di penetrare di soppiatto negli archivi elettronici di medici, magistrati, avvocati, commercialisti, ecc, per impadronirsi di informazioni riservate. Si noti che l'aggettivo "indebite" non ha sempre la connotazione negativa che emerge da questi esempi, ma assume talora una valenza positiva, come nel caso delle intercettazioni autorizzate dalla magistratura per la repressione del crimine.
Equivalgono alla falsificazione maliziosa gli attentati all'autenticità dell'informazione o del mittente. Per esempio, se non si adottassero opportune cautele nell'automazione delle operazioni bancarie, il cliente truffaldino A d'una banca potrebbe spacciarsi per un altro cliente B della stessa banca e ordinare il trasferimento d'una cospicua somma dal conto di B al conto di A; se la banca non disponesse di validi mezzi per accertare in modo incontrovertibile l'identità di chi invia l'ordine, il tentativo di truffa sarebbe coronato da successo. Per analizzare altri rischi di questo genere, come la falsificazione del contenuto informativo di messaggi, il disconoscimento di paternità di messaggi autentici, la replica truffaldina di messaggi autentici, ecc, anticipo subito che uno dei suddetti mezzi è quello basato sulla cosiddetta firma elettronica, di cui parlerò più avanti; un ordine elettronicamente firmato da B è garanzia per la banca dell'autentica identità di B.

Ma la firma elettronica consente di vanificare anche ogni tentativo di falsificazione di ordini da parte del funzionario di banca disonesto F che volesse trasformare un'operazione ordinata da B in un versamento sul conto corrente di F; vanifica altresì ogni tentativo di disconoscimento di paternità di ordini dei quali il cliente si sia in seguito pentito. In che cosa consiste questo secondo rischio? Il cliente A firma elettronicamente l'ordine di investire tutti i suoi fondi in azioni D, e la banca esegue immediatamente l'ordine, perché non v'è nulla di illecito; purtroppo, il giorno seguente le quotazioni di D crollano a picco, e l'incauto A pensa di porre rimedio disonestamente alla sua dabbenaggine col negare di essere stato lui a inviare quell'ordine; ma la sua firma elettronica impressa sull'ordine lo smentisce inequivocabilmente.
Ed ecco ora un esempio di replica truffaldina di messaggi autentici. Dovendo ad A una certa somma di denaro, B ordina alla sua banca di trasferirla sul conto di A firmandosi elettronicamente: la banca, riscontrato che tutto è regolare, esegue; ma A (il solito truffatore), procuratosi dolosamente una registrazione del suddetto ordine, la trasmette più volte in tempi successivi, accumulando così, a spese di B, tanti accrediti, di entità uguale a quello legittimo, quante sono le repliche effettuate, perché con il solo controllo della firma elettronica la banca non sa distinguere le repliche dall'originale.

Del tutto nuova è anche un'altra categoria di rischi, che chiamerò attentati all'integrità dell'informazione. Appartengono a questa categoria, tra gli altri, i virus informatici e i cosiddetti cavalli di Troia. Sia i virus sia i cavalli di Troia sono speciali programmi, spesso brevissimi, che una volta penetrati in un elaboratore aggrediscono i dati e i programmi "sani" ivi residenti, cancellandoli o alterandone profondamente le funzioni. I primi differiscono dai secondi perché, allo stesso modo con cui i loro omonimi patologici infettano un organismo sano a sua insaputa, si introducono occultamente in un elaboratore (per esempio, attraverso la posta elettronica), ne alterano le funzioni e lo costringono, per di più, a cooperare alla loro riproduzione. I cavalli di Troia, invece, come il loro omonimo di omerica memoria, vengono introdotti volontariamente dall'utente nel suo elaboratore, perché ritenuti innocue applicazioni; una volta introdotti, lo "infettano" come fanno i virus, ma sono privi di capacità riproduttiva.
Quali sono i motivi che spingono i realizzatori di questi virus e dei cavalli di Troia a fungere da novelli "untori"? Smania di protagonismo? Spinta a compensare delusioni professionali o frustrazioni esistenziali? O ancora, puro e semplice vandalismo? Cedo la parola al sociologo, allo psicologo, al giurista.

3. Contromisure.
Non potendo neppure fare un semplice elenco delle numerose contromisure ideate per ridurre il più possibile i rischi a cui è esposta l'informazione, mi limiterò a descriverne due tra le principali: la codifica a correzione d'errore e la crittografia; quindi accennerò a qualcun'altra.

3.1. Codifica a correzione d'errore.
Una delle più efficaci contromisure messe a punto con l'obiettivo di ridurre gli effetti di quelle che ho chiamato degradazioni non intenzionali è, nei sistemi numerici, la codifica a correzione d'errore.
Per combattere tali effetti, anche i "telegrafisti" dell'antica Roma avrebbero potuto attuare la tecnica che consiste nel ripetere in ciascuna torre, per un prefissato numero dispari di volte, il messaggio da far pervenire alla torre successiva e nell'effettuare in questa la stima del segnale originario, con decisioni a maggioranza3. Suppongo, per esempio, che 3 fosse il prefissato numero di ripetizioni, 4 il numero di fiaccole disponibili e 1110 (accese le prime tre fiaccole e spenta la quarta) la combinazione da trasmettere. Suppongo, poi, che: nella prima esposizione la pioggia spenga la terza fiaccola, con la conseguenza che la torre ricevente vede la combinazione errata 1100; la seconda volta si spenga la prima fiaccola (0110); la terza volta, la seconda fiaccola (1010). Poiché le fiaccole accese battono quelle spente per 2 a 1 sia in prima sia in seconda sia in terza posizione, mentre in quarta vincono quelle spente per 3 a 0, la torre ricevente stima, basandosi sulle suddette maggioranze, che la combinazione originaria sia 1110, e ci azzecca in pieno4, malgrado l'elevata percentuale di errori (1 su 4, per ogni "fiaccolata"). A quale prezzo si è ottenuta questa sorprendente correzione di errori? A prezzo della triplicazione dei segnali che occorre trasmettere per inoltrare ogni singola combinazione; a prezzo, cioè, dell'introduzione di quella che nell'odierno linguaggio tecnico si chiama ridondanza.

E' spontaneo a questo punto domandarsi: si può ridurre la ridondanza senza compromettere il potere correttivo del codice? Si può, e anche i suddetti "telegrafisti" sarebbero stati già allora in grado di farlo realizzando quella che oggi va sotto il nome di codifica a controllo di parità. Alle fiaccole del precedente esempio, che chiamerò informative, essi avrebbero potuto aggiungerne un'altra, che chiamerò di parità, da tenere spenta o accesa a seconda che la combinazione informativa consistesse d'un numero pari o dispari di fiaccole accese, in maniera che risultasse sempre pari (di qui il nome del codice) il numero complessivo delle fiaccole accese. In particolare, dovendo, ad esempio, trasmettere l'informativa 1110, la fiaccola di parità andrebbe accesa, e la combinazione complessiva da inviare alla torre successiva sarebbe 11101.
Ora, se una sola di queste cinque cifre (compresa dunque quella di parità) fosse colpita da errore (perché una sola delle fiaccole accese si spegne o quella spenta si accende), la torre ricevente conterebbe un numero dispari di fiaccole accese e, per questa violazione della regola di parità, rivelerebbe la presenza dell'errore; ma non essendo in grado di localizzarne la posizione, chiederebbe alla torre trasmittente di ripetere il segnale, ritenendosi appagata qualora riscontrasse nella ripetizione un numero pari di fiaccole accese.

Rispetto alla tecnica precedente il vantaggio è cospicuo: a prezzo dell'aggiunta d'una fiaccola, il numero di ripetizioni si riduce da tre per ciascuna combinazione a una sola, e soltanto quando la torre ricevente la richiede per aver rivelato l'errore. E' superfluo precisare che il coinvolgimento di questi veterotelegrafisti nello sviluppo dei codici correttori di errori è fantasioso e del tutto anacronistico. Infatti gli studi sistematici su tali codici cominciarono solo nel 1948, quando Claude Elwood Shannon, il fondatore della teoria dell'informazione, enunciò5 un teorema sull'esistenza di codici capaci di correggere una quantità sorprendentemente elevata di errori a prezzo d'una ridondanza sorprendentemente piccola; purtroppo la dimostrazione del teorema non è costruttiva, perché non fornisce criteri che siano utili alla costruzione di tali codici, ma ne garantisce solo l'esistenza. Da allora, perciò, prese il via uno sviluppo così imponente di studi e di ricerche che nella bibliografia d'un libro di teoria dei codici sono citati quasi 1500 lavori; e lo sviluppo ancora oggi non accenna ad attenuarsi.

3.2. Crittografia.
Antica forse quanto la scrittura, la crittografia ha avuto per secoli il fine di eludere le minacce intenzionali alla riservatezza delle comunicazioni. Ingegnosi procedimenti di scrittura segreta furono ideati in varie epoche del passato per trasformare i testi dei messaggi riservati e renderli incomprensibili a chi non avesse condiviso con il mittente la conoscenza della regola di trasformazione (algoritmo e chiave) che permette di riconvertire il testo cifrato (crittogramma) nel palese: è chiaro che la sicurezza di questi procedimenti è basata sulla segretezza della chiave (par.3.2.1). Ma negli odierni sistemi di telecomunicazioni oltre alla riservatezza si richiedono altre prestazioni, come l'autenticazione (accertamento dell'identità del mittente), la possibilità di sottoscrivere documenti mediante firme elettroniche, ecc, le quali possono essere conseguite usando i cosiddetti sistemi a chiave pubblica (par.3.2.2).

3.2.1 Algoritmi a chiave segreta.
Tutti gli algoritmi della crittografia arcaica (dalle ere bibliche all'antica Grecia e all'antica Roma) e della classica (dal medioevo alla fine della seconda guerra mondiale), nonché alcuni della contemporanea (dal 1945 in poi) sono a chiave segreta. Narra Svetonio, nel De vita duodecim Caesarum, che Ottaviano Augusto, nella sua corrispondenza privata, sostituiva ogni lettera del testo palese con la successiva dell'ordine alfabetico naturale («B pro A, C pro B ac deinceps, eadem ratione, sequentes litteras ponit») e l'ultima con la prima: ruotava, cioè l'alfabeto d'un posto all'indietro, per la cifratura, mentre Giulio Cesare lo ruotava di tre posti all'indietro, in modo che il destinatario, per decifrare il crittogramma, doveva mutarne ogni D in A, ogni E in B, e così via («D pro A et perinde reliquas commutet»). In entrambi i casi l'algoritmo (cioè la rotazione alfabetica) era il medesimo, ma mentre per Augusto la chiave era un posto all'indietro, per Cesare era tre posti all'indietro. Le rotazioni alfabetiche di Cesare e di Augusto sono le remote progenitrici di una delle categorie di algoritmi classici a chiave segreta: le cosiddette sostituzioni (monoalfabetiche e polialfabetiche).

E' noto che Galileo Galilei, per salvaguardare la priorità delle sue scoperte astronomiche, usava annunciarle occultamente per mezzo di ingegnosi anagrammi. Infatti, il suo discepolo Vincenzo Viviani scrive che il Maestro nel 1610, «nel continuare l'osservazione intorno alla stella di Venere, l'osservò mutar figure come la luna, propalando quest'ammirabile novità con tal anagramma: Haec immatura a me iam frustra leguntur o, y, il quale a istanza dell'Imperatore Ridolfo II fu decifrato dal Signor Galileo nel vero senso così: Cynthiae figuras aemulatur mater amorum». Questi anagrammi sono i progenitori d'una seconda categoria di algoritmi classici: i cifrari a trasposizione.
Gli algoritmi di entrambe le categorie, ovviamente, sono in grado di operare sia sulle lettere dei testi scritti sia sulle cifre dei segnali che sono numerici per loro natura o che sono resi tali mediante conversione analogico-numerica. Mentre negli algoritmi a sostituzione le lettere (o le cifre) rimangono nel posto in cui erano, ma non quelle che erano, negli algoritmi a trasposizione rimangono quelle che erano ma non nel posto in cui erano. Sia l'uno sia l'altro algoritmo, se utilizzato da solo, presenta scarsa resistenza agli attacchi crittanalitici, e cioè ai tentativi di decrittazione di coloro che si propongono di risalire dal crittogramma al testo palese senza conoscere la chiave crittografica.

Ma se i due algoritmi venissero impiegati in combinazione, per sopracifrare con l'uno i crittogrammi cifrati con l'altro, aumenterebbe di conseguenza la robustezza crittografica? La risposta rigorosa a questa domanda fu fornita da Shannon6, che nel 1949 enunciò il teorema della segretezza perfetta e fornì i criteri guida per la realizzazione di algoritmi crittografici aventi robustezza prossima quanto si vuole a quella dell'ideale algoritmo perfetto. Sulla base di tali criteri, fu realizzato negli Stati Uniti, e ivi standardizzato nel 1977, il Des (acronimo di Data encryption standard): un algoritmo costituito da 16 cicli, ognuno dei quali comprendente un'operazione di sostituzione e una di trasposizione.
Anche il Des, tuttavia, sta per andare in pensione: il 2 ottobre del 2000 il governo degli Stati Uniti d'America ne ha annunciato la sostituzione con l'Aes (acronimo di Advanced encryption standard), scelto dal Nist (National institute for standards and technology) fra più di 25 candidati alla sostituzione. L'Europa è incamminata su un'analoga strada: all'interno del Programma Ist (Information society technology) è in corso di svolgimento il progetto Nessie (New european schemes for signatures, integrity and encryption) per la selezione di algoritmi crittografici da utilizzare in ambito comunitario; il completamento del progetto è previsto per la fine del 2002.

3.2.2. Crittografia a chiave pubblica.
Il principio della crittografia a chiave pubblica, introdotto da Whitfield Diffie e Martin E. Hellman7 nel 1976, fu applicato da Ronald L. Rivest, Adi Shamir e Leonard Adleman8 nella progettazione del più celebre algoritmo a chiave pubblica: l'Rsa (acronimo formato con le iniziali dei cognomi dei tre autori) al quale farò esplicito riferimento in quel che segue.
La crittografia a chiave pubblica è detta anche a doppia chiave (o asimmetrica), perché implica l'uso di due chiavi, una pubblica e l'altra privata, tra di loro legate tramite una funzione unidirezionale, nel senso che la chiave pubblica si ricava dalla privata con operazioni pressoché istantanee, mentre il calcolo inverso richiederebbe tempi talmente lunghi (miliardi di anni) da scoraggiare eventuali tentativi di risalire dalla pubblica alla privata: la chiave privata va tenuta rigorosamente segreta; la chiave pubblica può essere tranquillamente divulgata (come si fa, per esempio, con i numeri telefonici nell'elenco degli abbonati), perché da essa è praticamente impossibile risalire all'altra in tempi misurabili su scala umana.
Come ho accennato in precedenti lavori9, ciascun utente dell'Rsa dispone di queste due chiavi, che può utilizzare secondo tre diverse modalità: cifratura di segretezza; cifratura d'autenticazione; cifratura doppia. Per brevità mi limito a descrivere la terza, che è la più completa.

Nella doppia cifratura, il mittente effettua una prima cifratura con la propria chiave privata, imprimendo così al messaggio un'impronta che solo lui è in grado d'imprimere (è la cosiddetta firma elettronica, o numerica) e una seconda cifratura con la chiave pubblica del destinatario; questi effettua una prima decifratura con la propria chiave privata e una seconda con la chiave pubblica del mittente, acquisendo la certezza dell'identità del mittente se dall'ultima operazione ottiene un messaggio di senso compiuto (che è il testo palese inviatogli sotto mentite spoglie dal mittente).
A chiunque altro (compreso lo stesso destinatario) riesce impossibile contraffare la firma elettronica del mittente, perché solo lui conosce la propria chiave privata e nessun altro è in grado di risalire a essa dalla corrispondente chiave pubblica (ecco perché, per esempio, il funzionario disonesto di banca non è in grado di truffare il cliente).
E' ugualmente impossibile per il mittente disconoscere la paternità dei messaggi che siano stati da lui elettronicamente firmati; infatti, a seguito d'un eventuale tentativo di disconoscimento, il destinatario potrebbe produrre davanti al giudice la prima decifratura del crittogramma ricevuto e riuscirebbe in tal modo a dimostrare che, applicando a essa la chiave pubblica del mittente, si ottiene un messaggio di senso compiuto.

3.3. Contromisure non crittografiche.
A tutela della riservatezza, dell'autenticità e dell'integrità dell'informazione esistono varie altre contromisure, non crittografiche, tra le quali mi limiterò ad accennarne tre: la protezione elettromagnetica, la vanificazione dell'attacco con messaggio ripetuto, la prevenzione e la "terapia" delle "infezioni" da virus e da cavalli di Troia.
Per tutelare la riservatezza dell'informazione non è sufficiente adottare un idoneo algoritmo crittografico, ma bisogna altresì porre chi attenta alla riservatezza nell'impossibilità di accedere direttamente al messaggio palese che si sta crittografando. Per esempio, se sto elaborando su calcolatore dati riservati che provvederò poi ad archiviare elettronicamente in versione cifrata, ma nelle vicinanze è stata puntata verso il calcolatore un'antenna direzionale, chi l'ha puntata potrebbe riuscire a riprodurre direttamente in chiaro le immagini che si susseguono sul mio schermo, senza doversi affannare a violare l'archivio e decrittarne il contenuto.
A questo proposito si rammenti che fin dal 1985 Wim van Eck dimostrò sperimentalmente la possibilità di captare, anche a distanza d'un centinaio di metri, le emissioni elettromagnetiche irradiate da un elaboratore e di riprodurre, sullo schermo d'un ricevitore molto simile a un comune televisore, le stesse immagini che comparivano sullo schermo dell'elaboratore. La protezione contro queste emissioni va dalla schermatura elettromagnetica dell'elaboratore a quella della stanza in cui esso è installato: contromisure più facili a dirsi che a realizzarsi, e quindi relativamente costose.

Per vanificare l'attacco con messaggio ripetuto (esemplificato nel par.2), basta inserire all'interno del testo palese un'indicazione temporale (l'orario di generazione del testo), o un numero d'ordine. In tal modo la banca a cui pervenisse più d'un messaggio elettronicamente firmato contenente una stessa indicazione temporale o uno stesso numero d'ordine accetterebbe solo il primo, rifiutando tutti gli altri.
Infine, per ridurre i rischi di contrarre "infezioni" da virus e cavalli di Troia, gli esperti10 consigliano di adottare, oltre all'ovvia contromisura di installare antivirus continuamente aggiornati, alcune cautele che consistono, per esempio, nell'eliminare messaggi di posta elettronica di dubbia provenienza, nel non installare programmi di cui non si conosca l'origine, nell'effettuare frequentemente il salvataggio dei dati.


Note

1 Vedi l'articolo di Emilio Montolivo, in questo numero di Telèma.

2 Questi attacchi informatici ante litteram dei Quadi e dei Marcomanni, anche se verosimili, sono fantastorici, mentre le loro scorrerie belliche sono storicamente documentate; tant'è vero che le campagne condotte da Marco Aurelio e Lucio Vero per ricacciare queste orde barbariche oltre i confini dell'impero sono anche istoriate in un famoso reperto archeologico romano: la Colonna antonina che si trova a Roma, in piazza Colonna, dedicata appunto a Marco Aurelio.

3 L'esperto di telecomunicazioni che abbia avuto la pazienza di seguirmi fin qui noterà la somiglianza di questa tecnica con quella utilizzata nei multiplex numerici di tipo plesiocrono per proteggere la segnalazione di giustificazione. Il non esperto non si lasci impressionare da questa bordata di termini tecnici e tralasci di capirli, perché non se li ritroverà più tra i piedi nella prosecuzione del mio discorso.

4 E' doveroso avvertire che non sempre le circostanze si combinano in modo così favorevole. Se, per esempio, sempre con 3 ripetizioni, le degradazioni provocassero più d'un errore in una stessa posizione, la stima risulterebbe ivi errata. Ma se le ripetizioni preventivamente concordate fossero 5, si potrebbero correggere fino a 2 errori in ogni posizione; se fossero 7, se ne potrebbero correggere fino a 3; e così via.

5 C.E. Shannon, A mathematical theory of communication, "Bell system technical journal", vol 27, luglio 1948, pagg 379-425, ottobre 1948, pagg 623-656.

6 C.E.Shannon, Communication theory of secrecy systems, "Bell system technical journal", vol 28, ottobre 1949, pagg 656-715.

7 W. Diffie e M.E. Hellman, New directions in cryptography, "Ieee transaction on Information theory", vol IT-22, novembre 1976, pagg 644-654.

8 R. L. Rivest, A. Shamir e L. Adleman, A method for obtaining digital signatures and public key cryptosystems, "Communications of Acm", vol 21, febbraio 1978, pagg 120-126.

9 O. Brugia, Così la crittologia protegge l'informazione, Telèma n 2, autunno 1995; O. Brugia, Le basi della moderna crittografia - La matematica dell'RSA, "Aei", n 5, maggio 1997, pagg 80-84, vol 84, pagg 488-492.

10 M. Della Croce, Attenti al virus, "Quark", n 3, maggio 2001, pagg 102-106.