Vittorio Marchis

Se lo difende un caos geniale
il messaggio rimane indecifrabile

Una lattina di birra che valeva miliardi, il suo bevitore inconsapevole e una linguetta smarrita: sono i protagonisti della parabola con cui, non potendo farlo ricorrendo agli algoritmi, cerco di dimostrare la determinante influenza del caos, della memoria e del caso nei sistemi di sicurezza. Tutto dipende dal livello di disordine, apparente, dei messaggi segreti. E dalla buona conoscenza dei limiti propri e altrui.

Non ci sono molti elementi per raccontare una "storia", che potrebbe avere anche le caratteristiche di una dotta dimostrazione logico-matematica.
Come spesso accade, quando si tratta di cose realmente occorse a chi le riferisce, le impressioni personali e le anamorfosi che ne derivano sono più vere dei fatti più volte riferiti e convalidati dai documenti. Come di fronte a un diario giovanile, scoperto anni e anni più tardi al fondo di un cassetto o in una scatola con altre carabattole, le parole e i segni graffiati con rabbia sulla carta non riescono più in alcun modo a trasferire un messaggio, che al tempo della sua scrittura sembrava immediato, vivo, emozionante. Ma quel messaggio era "segreto" e solo il suo autore ne sapeva scoprire il significato. Le lettere "stampatelle e puntate", che oggi rimangono soltanto lettere stampatelle puntate (e persino scritte male), allora volevano dire cose che nessuno, se malauguratamente avesse potuto mettere le mani su quelle pagine, avrebbe potuto scoprire. I labirinti della memoria non presentano difficoltà sin quando in essi si vive e si frequentano i meandri di cui sono costituiti.
Quando si vuole cancellare anche a se stessi uno scritto, più che bruciarne il supporto materiale è sufficiente riscriverci sopra una, due, tre quattro volte altrettante altre frasi, in modo che le lettere si confondano, perché neppure la mano di un esperto calligrafo riesce a distinguere le stratificazioni di parole diverse scritte dalla stessa mano. Il Rumore bianco, che Don DeLillo ricorda a futura memoria nel titolo di un suo fortunato romanzo, non è un rumore, ma la totalità dei suoni, di tutti i suoni in cui nessuno è più distinguibile dagli altri. E neppure la più sofisticata procedura di cross-correlation è in grado di distinguere qualcosa o di estrarre un segnale che non sia l'appiattimento di ogni segnale.

C'è un libro che per ogni studioso di elaborazione di segnali ha costituito il riferimento assoluto, la sintesi di un grande sapere racchiuso e nascosto in una solida struttura di formule e teoremi. La signal analysis di Papoulis è uno scoglio durissimo da aggredire e quasi sempre se ne esce con la pelle scorticata. In un mondo che già negli anni '70 si avviava a una dimensione globale, digitale e wired, la speranza che la "semplificazione" del bit potesse risolvere la chiave di lettura del mondo intero si stava avvicinando alla realtà. Un mondo in cui ogni cosa fosse un'infinita stringa di zeri e di uno appare molto più semplice, ma soprattutto si pensa che oltre agli zeri e agli uno non ci possa essere altro. Tutto e il contrario di tutto: zero e uno, uno e zero. Come la Biblioteca di Babele contiene tutti i libri che mai si potranno scrivere con un numero finito di caratteri, così in essa c'è anche la verità e la negazione della medesima, e le sfumature delle scritture non lasciano soluzioni di continuità né possibilità alcuna di distinguere l'archetipo dalle sue varianti.
La cifra che via via dissolve la memoria in un cervello devastato dall'Alzheimer non si può trovare e il dramma di un oblio totale e progressivo non può cancellare la tragedia di chi non ha la facoltà di dimenticare ciò che desidera.
Anche il perdono più intenso, che in sostanza è dimenticanza, annullamento dei nessi di causa-effetto radicati nel proprio passato, non sarebbe più perdono quando esso provenisse in maniera indipendente da ogni volontà.

Un tempo, quando la scienza non era ancora "nuova" e quando gli scienziati non si chiamavano così, ma amavano dirsi "filosofi", le verità più importanti si celavano dietro racconti immaginari, o almeno noi li riteniamo tali. La mitologia è un insieme di conoscenze che hanno trovato una codifica formale diversa dalle espressioni oggettive che oggi riteniamo soltanto depositabili all'interno di algoritmi e modelli matematici.

C'era una volta una lattina di birra che era rimasta per lungo tempo sullo scaffale di un supermercato nella periferia di una grande capitale. A pochi giorni dalla sua data di scadenza, prima che ritornasse nelle mani di chi l'aveva collocata in mostra al pubblico, e prima di incominciare un rito di riciclo che ormai sembrava colpire una discreta percentuale degli altri oggetti della sua stessa specie, si vide sollevare, esaminare, depositare nel carrello della spesa, appoggiare sul nastro di gomma della cassa, e infine rotolò in fondo a una scatola di cartone, scossa dai sobbalzi di un'auto ormai prossima all'ultima e definitiva revisione.
Qualche ora più tardi, dopo un soggiorno all'interno di un congelatore, una mano strappò la linguetta, quasi si trattasse di una bomba a mano, e il suo contenuto scivolò gorgogliando nell'esofago di un essere sconosciuto. Un poderoso rutto concluse l'operazione.
La lattina ruzzolò nel disordine di una cucina che non poteva più chiamarsi con questo nome. L'indomani, dopo due settimane di ferie, sarebbe arrivata colei che nel giro di una mattinata avrebbe riportato ordine alla casa. Bisognava fare attenzione a tutte le regole fiscali da rispettare, per non incorrere in ben altre e più terribili catastrofi, ma era davvero l'unica soluzione. Un po' di ordine contro la natura delle cose che spontaneamente evolvono verso stati a maggiore entropia.

Lei incominciò, naturalmente, dalla cucina: rovistò, rassettò, radunò, rimosse, ripose, e naturalmente dopo un tempo imprecisato (ma non importa quanto tempo) appoggiò il piede scalzo sul grumo di alluminio, che era stato un contenitore di birra e che ora con le sue pieghe testimoniava un rapporto vitale intercorso con il suo sfruttatore. Un rapporto fisico, orale, nel senso più materiale del termine, dove la vista e gli altri sensi ben poco avevano dato il loro contributo. Solo uno sguardo per controllare che il contenuto fosse davvero alcolico.
Lei si chinò, controllò lo stato della pianta del suo piede, che invero un po' sanguinava, e afferrò con la mano sinistra la lattina. Una curiosità stimolata da una sensazione strana, extracorporea, assolutamente non normale, la spinse a osservare le scritte, indugiò in quelle sigle che richiamavano slogan pubblicitari assolutamente sconosciuti. Qualcosa riusciva a leggere e "gagnez" o qualcosa del genere stampigliato all'interno causò nel suo sangue una scarica di adrenalina. Un numero composto da un uno seguito da molti, moltissimi zeri ne segnava la sostanza. Mancava però ancora una cosa, perché l'integrità del contenitore, a segnare la sua diretta proprietà da parte del fortunato scopritore, richiedeva anche la presenza della linguetta, su cui la Ditta di fabbricazione aveva impresso lo stesso numero di matricola del fondello.

Avere in mano una vera fortuna e al tempo stesso non possederla per l'assenza di un particolare di nessun valore, che nessuno avrebbe preso in considerazione: questo era l'acme di un fatto che raggiungeva una vetta di assurdità impensabile. Tutto ciò che serviva per sapere di avere vinto era lì davanti ai suoi occhi, a sua piena disposizione, ma mancava la linguetta, quella linguetta maledetta senza la quale non sarebbe stato in alcun modo possibile possedere quella fortuna. Le quattro ore necessarie per rassettare la cucina diventarono otto, e poi sedici, e poi trentadue. Dopo un mese in cui la casa, con grande stupore del suo proprietario, aveva assunto un nuovo volto, guadagnando uno splendore da spot televisivo, lei si rassegnò e presa la lattina la scagliò con rabbia nel bidone della "poubelle". Prese un foglio di carta, rassegnò le proprie dimissioni e si recò in banca a riscuotere il magro importo del trattamento di fine rapporto.
In casa i libri erano tutti allineati in ordine sugli scaffali. Il loro legittimo proprietario scorse
Les Miserables che non trovava da anni, lo prese subito in mano e, con un po' di nostalgia, lo aprì. Un fiotto di memoria, che aveva più le caratteristiche olfattive che non di un'immagine visiva, gli fece balzare alla mente un numero di dieci cifre. Ora, che era caduto il muro, tutto assumeva un'altra luce...

La favola dimostra che tutto è possibile, ma che anche il contrario di tutto può accadere.
Anche in questioni di sicurezza la coscienza del limite è fondamentale e infatti la sicurezza risiede sostanzialmente nel prendere sempre coscienza dei propri limiti in relazione a quelli degli altri.
Poiché la favola è realmente accaduta, in un tempo distante e irraggiungibile per chi la racconta e ancor più per chi l'ascolta, è sembrato opportuno ad alcuni credere che la lattina avesse in sé capacità cognitive autonome, che anzi essa appartenesse a quella categoria che alcuni chiamano "dèi". Il dio che una metamorfosi (orribile) aveva tramutato in lattina di birra era riuscito a violare le leggi che gli uomini ignoranti avevano avuto l'ardire di leggere "nel libro scritto dalla Natura", ma alla fine era dovuto soccombere anche lui alla crudele legge del disordine.

Al termine di uno scritto sconclusionato, che bisognerebbe leggere con l'ingenuità con cui si leggono le leggende o le profezie, è però doveroso fornire almeno una chiave di lettura. Penso che sia il mio status accademico sia alcuni lettori della Rivista che mi ospita lo richiedano.
Entropia, casino, mess, bordel sono sinonimi belli e buoni e la buona creanza che evita certe parole dovrebbe fare attenzione anche a quelle che sembrano solamente uscite da "politissimi" scienziati. Nessuno sa dove si nascondano i diavoletti di Maxwell, ma probabilmente essi da qualche parte esistono e sono stati assoldati dai tenutari dell'entropia.
I principi dissipativi, che generano spreco, disordine, caos stanno non solamente all'interno dei fenomeni della fisica e soprattutto della termodinamica, ma anche e soprattutto nei processi di elaborazione dell'informazione.
La lettura e lo studio della termodinamica (a partire dalla Puissance motrice du feu di Sadi Carnot) e della teoria dell'informazione (a partire dal teorema di Shannon sino a toccare il test di Turing) probabilmente non sono pratiche così efficaci per chi non ha già compiuto il necessario "lento apprendistato", e il tempo necessario per l'assimilazione sarebbe improponibile. Si consiglia vivamente invece la lettura dell'Incanto del lotto 49 di Thomas Pynchon, che su questo tema ha intessuto l'arguta trama di Oedipa e del Trystero.
Se un messaggio è caratterizzato da una bassa entropia, esso risulta ordinato, come per esempio appare in un testo scritto in italiano, facile a leggersi e a comprendersi. Se si procede a una cifratura, il messaggio apparirà tanto più casuale (caotico e senza senso) quanto più disordine sarà stato generato e il disordine (apparente) sarà direttamente correlato alla complessità della "chiave di cifratura". In assenza della "chiave", di fronte alla grande energia necessaria per decodificare i segnali di un messaggio cifrato (e quindi "sicuro"), è bene infine ricordare che il lavoro necessario per creare il disordine è infinitamente piccolo.
Come avrebbe detto mia nonna Clotilde: «E' più facile rompere un uovo, che ricomporlo come era prima».


Bibliografia di (doveroso) riferimento

J. L. Borges, Finzioni, Einaudi, Torino, 1967.

L. Blissett, Totò, Peppino e la Guerra psichica 2.0, Einaudi, Torino, 2000.

I. Calvino, La poubelle agrée, in Ricordi-Racconti per "Passaggi obbligati" (1962-77), in Romanzi e racconti, Vol. III, Mondadori, Milano, 1994.

S. Carnot, Réflections sur la puissance motrice du feu et sur les machines propres à développer cette puissance, Bachelier Libr., Paris, 1824 (Trad. it. La potenza del fuoco, Bollati Boringhieri, Torino, 1992).

D. DeLillo, Rumore bianco, Einaudi, Torino, 1998.

V. Hugo, I Miserabili, Newton Compton, Roma, 1992.

A. Papoulis, Signal analysis, McGraw-Hill, Auckland, 1977.

T. Pynchon, L'incanto del lotto 49, Edizioni e/o, Roma, 1996; Un lento apprendistato, Edizioni e/o, Roma, 1988.