Una lattina di birra che valeva miliardi, il suo bevitore inconsapevole e una linguetta smarrita: sono i protagonisti della parabola con cui, non potendo farlo ricorrendo agli algoritmi, cerco di dimostrare la determinante influenza del caos, della memoria e del caso nei sistemi di sicurezza. Tutto dipende dal livello di disordine, apparente, dei messaggi segreti. E dalla buona conoscenza dei limiti propri e altrui.
Non ci sono molti elementi per raccontare una "storia", che potrebbe avere
anche le caratteristiche di una dotta dimostrazione logico-matematica.
Come
spesso accade, quando si tratta di cose realmente occorse a chi le riferisce, le
impressioni personali e le anamorfosi che ne derivano sono più vere dei fatti
più volte riferiti e convalidati dai documenti. Come di fronte a un diario
giovanile, scoperto anni e anni più tardi al fondo di un cassetto o in una
scatola con altre carabattole, le parole e i segni graffiati con rabbia sulla
carta non riescono più in alcun modo a trasferire un messaggio, che al tempo
della sua scrittura sembrava immediato, vivo, emozionante. Ma quel messaggio era
"segreto" e solo il suo autore ne sapeva scoprire il significato. Le lettere
"stampatelle e puntate", che oggi rimangono soltanto lettere stampatelle puntate
(e persino scritte male), allora volevano dire cose che nessuno, se
malauguratamente avesse potuto mettere le mani su quelle pagine, avrebbe potuto
scoprire. I labirinti della memoria non presentano difficoltà sin quando in essi
si vive e si frequentano i meandri di cui sono costituiti.
Quando si vuole
cancellare anche a se stessi uno scritto, più che bruciarne il supporto
materiale è sufficiente riscriverci sopra una, due, tre quattro volte
altrettante altre frasi, in modo che le lettere si confondano, perché neppure la
mano di un esperto calligrafo riesce a distinguere le stratificazioni di parole
diverse scritte dalla stessa mano. Il Rumore bianco, che Don DeLillo
ricorda a futura memoria nel titolo di un suo fortunato romanzo, non è un
rumore, ma la totalità dei suoni, di tutti i suoni in cui nessuno è più
distinguibile dagli altri. E neppure la più sofisticata procedura di
cross-correlation è in grado di distinguere qualcosa o di estrarre un
segnale che non sia l'appiattimento di ogni segnale.
C'è un libro che per ogni studioso di elaborazione di segnali ha costituito
il riferimento assoluto, la sintesi di un grande sapere racchiuso e nascosto in
una solida struttura di formule e teoremi. La signal analysis di Papoulis
è uno scoglio durissimo da aggredire e quasi sempre se ne esce con la pelle
scorticata. In un mondo che già negli anni '70 si avviava a una dimensione
globale, digitale e wired, la speranza che la "semplificazione" del bit potesse
risolvere la chiave di lettura del mondo intero si stava avvicinando alla
realtà. Un mondo in cui ogni cosa fosse un'infinita stringa di zeri e di uno
appare molto più semplice, ma soprattutto si pensa che oltre agli zeri e agli
uno non ci possa essere altro. Tutto e il contrario di tutto: zero e uno, uno e
zero. Come la Biblioteca di Babele contiene tutti i libri che mai si
potranno scrivere con un numero finito di caratteri, così in essa c'è anche la
verità e la negazione della medesima, e le sfumature delle scritture non
lasciano soluzioni di continuità né possibilità alcuna di distinguere
l'archetipo dalle sue varianti.
La cifra che via via dissolve la memoria in
un cervello devastato dall'Alzheimer non si può trovare e il dramma di un oblio
totale e progressivo non può cancellare la tragedia di chi non ha la facoltà di
dimenticare ciò che desidera.
Anche il perdono più intenso, che in sostanza
è dimenticanza, annullamento dei nessi di causa-effetto radicati nel proprio
passato, non sarebbe più perdono quando esso provenisse in maniera indipendente
da ogni volontà.
Un tempo, quando la scienza non era ancora "nuova" e quando gli scienziati non si chiamavano così, ma amavano dirsi "filosofi", le verità più importanti si celavano dietro racconti immaginari, o almeno noi li riteniamo tali. La mitologia è un insieme di conoscenze che hanno trovato una codifica formale diversa dalle espressioni oggettive che oggi riteniamo soltanto depositabili all'interno di algoritmi e modelli matematici.
C'era una volta una lattina di birra che era rimasta per lungo tempo sullo
scaffale di un supermercato nella periferia di una grande capitale. A pochi
giorni dalla sua data di scadenza, prima che ritornasse nelle mani di chi
l'aveva collocata in mostra al pubblico, e prima di incominciare un rito di
riciclo che ormai sembrava colpire una discreta percentuale degli altri oggetti
della sua stessa specie, si vide sollevare, esaminare, depositare nel carrello
della spesa, appoggiare sul nastro di gomma della cassa, e infine rotolò in
fondo a una scatola di cartone, scossa dai sobbalzi di un'auto ormai prossima
all'ultima e definitiva revisione.
Qualche ora più tardi, dopo un soggiorno
all'interno di un congelatore, una mano strappò la linguetta, quasi si trattasse
di una bomba a mano, e il suo contenuto scivolò gorgogliando nell'esofago di un
essere sconosciuto. Un poderoso rutto concluse l'operazione.
La lattina
ruzzolò nel disordine di una cucina che non poteva più chiamarsi con questo
nome. L'indomani, dopo due settimane di ferie, sarebbe arrivata colei che nel
giro di una mattinata avrebbe riportato ordine alla casa. Bisognava fare
attenzione a tutte le regole fiscali da rispettare, per non incorrere in ben
altre e più terribili catastrofi, ma era davvero l'unica soluzione. Un po' di
ordine contro la natura delle cose che spontaneamente evolvono verso stati a
maggiore entropia.
Lei incominciò, naturalmente, dalla cucina: rovistò, rassettò, radunò,
rimosse, ripose, e naturalmente dopo un tempo imprecisato (ma non importa quanto
tempo) appoggiò il piede scalzo sul grumo di alluminio, che era stato un
contenitore di birra e che ora con le sue pieghe testimoniava un rapporto vitale
intercorso con il suo sfruttatore. Un rapporto fisico, orale, nel senso più
materiale del termine, dove la vista e gli altri sensi ben poco avevano dato il
loro contributo. Solo uno sguardo per controllare che il contenuto fosse davvero
alcolico.
Lei si chinò, controllò lo stato della pianta del suo piede, che
invero un po' sanguinava, e afferrò con la mano sinistra la lattina. Una
curiosità stimolata da una sensazione strana, extracorporea, assolutamente non
normale, la spinse a osservare le scritte, indugiò in quelle sigle che
richiamavano slogan pubblicitari assolutamente sconosciuti. Qualcosa riusciva a
leggere e "gagnez" o qualcosa del genere stampigliato all'interno causò nel suo
sangue una scarica di adrenalina. Un numero composto da un uno seguito da molti,
moltissimi zeri ne segnava la sostanza. Mancava però ancora una cosa, perché
l'integrità del contenitore, a segnare la sua diretta proprietà da parte del
fortunato scopritore, richiedeva anche la presenza della linguetta, su cui la
Ditta di fabbricazione aveva impresso lo stesso numero di matricola del
fondello.
Avere in mano una vera fortuna e al tempo stesso non possederla per
l'assenza di un particolare di nessun valore, che nessuno avrebbe preso in
considerazione: questo era l'acme di un fatto che raggiungeva una vetta di
assurdità impensabile. Tutto ciò che serviva per sapere di avere vinto era lì
davanti ai suoi occhi, a sua piena disposizione, ma mancava la linguetta, quella
linguetta maledetta senza la quale non sarebbe stato in alcun modo possibile
possedere quella fortuna. Le quattro ore necessarie per rassettare la cucina
diventarono otto, e poi sedici, e poi trentadue. Dopo un mese in cui la casa,
con grande stupore del suo proprietario, aveva assunto un nuovo volto,
guadagnando uno splendore da spot televisivo, lei si rassegnò e presa la lattina
la scagliò con rabbia nel bidone della "poubelle". Prese un foglio di carta,
rassegnò le proprie dimissioni e si recò in banca a riscuotere il magro importo
del trattamento di fine rapporto.
In casa i libri erano tutti allineati in
ordine sugli scaffali. Il loro legittimo proprietario scorse Les
Miserables che non trovava da anni, lo prese subito in mano e, con un po' di
nostalgia, lo aprì. Un fiotto di memoria, che aveva più le caratteristiche
olfattive che non di un'immagine visiva, gli fece balzare alla mente un numero
di dieci cifre. Ora, che era caduto il muro, tutto assumeva un'altra
luce...
La favola dimostra che tutto è possibile, ma che anche il contrario di tutto
può accadere.
Anche in questioni di sicurezza la coscienza del limite è
fondamentale e infatti la sicurezza risiede sostanzialmente nel prendere sempre
coscienza dei propri limiti in relazione a quelli degli altri.
Poiché la
favola è realmente accaduta, in un tempo distante e irraggiungibile per chi la
racconta e ancor più per chi l'ascolta, è sembrato opportuno ad alcuni credere
che la lattina avesse in sé capacità cognitive autonome, che anzi essa
appartenesse a quella categoria che alcuni chiamano "dèi". Il dio che una
metamorfosi (orribile) aveva tramutato in lattina di birra era riuscito a
violare le leggi che gli uomini ignoranti avevano avuto l'ardire di leggere "nel
libro scritto dalla Natura", ma alla fine era dovuto soccombere anche lui alla
crudele legge del disordine.
Al termine di uno scritto sconclusionato, che bisognerebbe leggere con
l'ingenuità con cui si leggono le leggende o le profezie, è però doveroso
fornire almeno una chiave di lettura. Penso che sia il mio status
accademico sia alcuni lettori della Rivista che mi ospita lo
richiedano.
Entropia, casino, mess, bordel sono sinonimi belli e buoni
e la buona creanza che evita certe parole dovrebbe fare attenzione anche a
quelle che sembrano solamente uscite da "politissimi" scienziati. Nessuno sa
dove si nascondano i diavoletti di Maxwell, ma probabilmente essi da qualche
parte esistono e sono stati assoldati dai tenutari dell'entropia.
I principi
dissipativi, che generano spreco, disordine, caos stanno non solamente
all'interno dei fenomeni della fisica e soprattutto della termodinamica, ma
anche e soprattutto nei processi di elaborazione dell'informazione.
La
lettura e lo studio della termodinamica (a partire dalla Puissance motrice du
feu di Sadi Carnot) e della teoria dell'informazione (a partire dal
teorema di Shannon sino a toccare il test di Turing) probabilmente
non sono pratiche così efficaci per chi non ha già compiuto il necessario "lento
apprendistato", e il tempo necessario per l'assimilazione sarebbe improponibile.
Si consiglia vivamente invece la lettura dell'Incanto del lotto 49 di
Thomas Pynchon, che su questo tema ha intessuto l'arguta trama di Oedipa e del
Trystero.
Se un messaggio è caratterizzato da una bassa entropia, esso
risulta ordinato, come per esempio appare in un testo scritto in italiano,
facile a leggersi e a comprendersi. Se si procede a una cifratura, il messaggio
apparirà tanto più casuale (caotico e senza senso) quanto più disordine sarà
stato generato e il disordine (apparente) sarà direttamente correlato alla
complessità della "chiave di cifratura". In assenza della "chiave", di fronte
alla grande energia necessaria per decodificare i segnali di un messaggio
cifrato (e quindi "sicuro"), è bene infine ricordare che il lavoro necessario
per creare il disordine è infinitamente piccolo.
Come avrebbe detto mia
nonna Clotilde: «E' più facile rompere un uovo, che ricomporlo come era
prima».
Bibliografia di (doveroso) riferimento
J. L. Borges, Finzioni, Einaudi, Torino, 1967.
L. Blissett, Totò, Peppino e la Guerra psichica 2.0, Einaudi, Torino, 2000.
I. Calvino, La poubelle agrée, in Ricordi-Racconti per "Passaggi obbligati" (1962-77), in Romanzi e racconti, Vol. III, Mondadori, Milano, 1994.
S. Carnot, Réflections sur la puissance motrice du feu et sur les machines propres à développer cette puissance, Bachelier Libr., Paris, 1824 (Trad. it. La potenza del fuoco, Bollati Boringhieri, Torino, 1992).
D. DeLillo, Rumore bianco, Einaudi, Torino, 1998.
V. Hugo, I Miserabili, Newton Compton, Roma, 1992.
A. Papoulis, Signal analysis, McGraw-Hill, Auckland, 1977.
T. Pynchon, L'incanto del lotto 49, Edizioni e/o, Roma, 1996; Un lento apprendistato, Edizioni e/o, Roma, 1988.